IL COPYRIGHT DECLINA, MA I CONSUMATORI… PURE

6 settembre, 2018 | Autore : |
Cominciò tutto con Napster: scaricavamo la musica gratis, compravamo le cassette pezzottate da Mixed by Erry. Rubavamo, piratavamo, scambiavamo, perché volevamo abbattere i costi dei cd che ascoltavamo. Ricercavamo il modo per avere un accesso all’arte che ci interessava, principalmente musica, informatica e pornografia, senza pagare.
 
E’ cominciato così, ma ora si è evoluto, o involuto, a seconda di come la si voglia vedere. Ho già pubblicato vari articoli che trattano il tema del valore e di come difendere l’intelletto che si nasconde dietro le creazioni largamente sfruttate, costruendo modalità di distribuzione della ricchezza che tengano conto della nuova natura dei beni che trattiamo. Il diritto dovrebbe anticipare, costruire, suggerire le rotaie su cui far scorrere i treni che viaggiano nel nuovo mondo. L’avvocatura dovrebbe essere il nerbo, il cervello, la fame di visioni che siano in grado di rivaleggiare con la tecnica, per bellezza, energia, coraggio. Nulla di tutto questo accade… “aimé”. 
In un mondo forense dominato da mediocrità e mediocrazia non c’è spazio per proporre contenuti innovativi, popolari e socialmente validi. Si vive di piccolo cabotaggio. Non desti dunque sorpresa che oggi l’ennesimo articolo di stampa a mio parere assai importante sia passato sotto silenzio nel rutilante e decadente mondo della politica forense italica. Si tratta di un articolo pubblicato da Repubblica e parla di come i creatori e i creativi pretendano, con sempre più vigore, il rispetto del proprio ingegno da parte dei giganti della distribuzione, che si arricchiscono facendo circolare idee e contenuti prodotti da altri.
Quando ho parlato di consumatori che sul web oramai sono anche produttori, ho fotografato una problematica che esiste e va affrontata.

BIG DATA: DAL PRODUTTORE ALL’APPROFITTATORE.

 

Ecco, ignorare che l’impoverimento dell’avvocato ha a che fare anche con la circolazione di valore, nella forma di informazioni su come riprodurre azioni capaci di risolvere problemi, significa non capire che siamo entrati nell’era in cui ciascuno di noi è potenzialmente onnisciente, in grado di annullare il gap che lo separa da chi fa o sa altro. Stiamo entrando in un’epoca in cui il sapere potrebbe non essere più potere, sotto certi aspetti, perché ogni tipo di sapere potrebbe divenire assimilabile ed utilizzabile, o mediante le più sofisticate forme di sharing, o per mezzo di vere estensioni extracorporee dell’intelletto umano, aumentato dalla cibernetica.

 

In questo quadro è molto interessante l’articolo a cui ho fatto riferimento, di cui allego il link.

 

http://https://www.repubblica.it/tecnologia/2018/09/05/news/copyright_nove_italiani_su_dieci_pensano_che_i_giganti_del_web_debbano_pagare_per_i_contenuti_che_usano-205703498/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P4-S1.4-T1

 

Nell’articolo tra le altre cose si legge:

 

“Paghiamo per un buon paio di scarpe, per un buon film o per vedere una partita di calcio. Non si capisce perché non dovremmo pagare per una buona informazione”. Così Yuval Noah Harari, storico israeliano autore di best-seller Sapiens. Da animali a dèi, Homo deus, parlando del suo ultimo saggio 21 lezioni per il XXI secolo (Bompiani) appena uscito in Italia.

Non è il solo a pensarla così. L’indagine Copyright & US Tech Giants ha raccolto l’opinione dei cittadini dell’Unione europea in vista del voto del 12 settembre alla plenaria di Strasburgo, quando il Parlamento europeo torna a votare la cosiddetta riforma del copyright per far pagare ai colossi del Web un compenso ad artisti e autori di contenuti distribuiti sui social network e piattaforme digitali. Condotta da Harris Interactive su 6600 persone in Europa rappresentative della sua popolazione, ha dato un risultato molto netto: a favore della riforma l’89% degli italiani, dato maggiore rispetto alla media europea che arrivata comunque all’87%.

 

Il pagamento dei contenuti condivisi è solo una parte del problema. La vera questione è: ci affidiamo al mercato per decidere quali contenuti siano commercializzabili? Lasciamo che la tecnica separi la gratuità dall’onerosità? Come affrontiamo la replicabilità di volti, parole, operazioni, connessi agli sviluppi nel campo dell’affective computing?

Su questi temi noi avvocati siamo assenti. Eppure si scatena il panico quando entra in vigore la normativa GDPR sulla privacy, ma non riusciamo a sviluppare una nostra linea operativa, siamo incapaci di adeguare il nostro vissuto quotidiano alle nuove esigenze e possibilità. Potremmo investire in ODR (Online Dispute Resolution), ma non lo facciamo. Potremmo ragionare di sistemi solidali di redistribuzione di alcuni squilibri legati al mercato delle prestazioni legali, ma non lo facciamo. Potremmo pretendere che chi genera valore, diffondendo cultura giuridica, ne tragga un utile, che non sia costretto a vendere e vendersi, in un quadro che disincentiva il singolo e protegge le grosse entità, tecnologiche e capitalizzate.

 

Qualcuno ha detto “non c’è alcuna nobiltà nella miseria”. Io credo che questa frase sia profondamente vera. Senza la riaffermazione del diritto di ciascuno a trarre dalla propria esistenza in vita il minimo materiale che dia ai diritti fondamentali una declinazione concreta, nessuno può veramente dirsi libero. Non si è liberi laddove manchino cibo, acqua, possibilità di coltivare affetti, di vivere il proprio tempo, di avere un valore certo a rendere meno insopportabili le alee a cui la vita ci sottopone. L’avvocatura italiana è in crisi anche e soprattutto per questo: perché siamo così presi dal tentativo di sopravvivere da non aver voglia di alzare gli occhi e provare a vivere. Siamo così vittime del reale da aver messo da parte l’ideale, il sogno, il desiderio di costruire un futuro migliore e diverso.

 

Non è un caso che gli avvocati italiani, quando associano il loro pensiero al benessere, parlino quasi sempre di “ritorno”. Il passato domina, il mito del “si stava meglio prima” spopola. Pochissimi parlano di avvenire, di crescita, sviluppo, cambiamento, mutazione. No, si guarda indietro, al mondo che non tornerà, senza capire che questa non è la soluzione, ma parte del problema e della nostra condanna.

 

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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