QUANDO IL REALE ESPRIME L’IRRAZIONALE

3 marzo, 2018 | Autore : |

 

In una delle precedenti puntate delle nostre esposizioni affrontavamo il linguaggio del regime dell’istituzionalizzazione forense, definendolo vago, retorico ed ecumenico. Il codice deontologico forense è intriso di queste caratteristiche. La sua lettura organica, come se si trattasse di un unico testo, dotato di senso univoco, disegna un avvocato diminuito e fuori dalla storia. L’assenza di procacciatori d’affari, la distanza del privato, così come oggi viene espresso dagli avvocati, dalle norme codificate, il decoro, rappresentano un mondo inesistente.

Quando all’università si affrontavano gli esami, specie quelli più sfibranti, uno dei meccanismi di rifiuto e di salvezza di una mente sana consisteva nel ripudiare la conoscenza mnemonica di un enorme numero di nozioni, da poter sciorinare a richiesta, dinanzi al professore di turno, o a un suo assistente. Conoscere e ricordare a memoria il contenuto di duemila pagine di testo giuridico non segna il discrimine tra il giurista e il cittadino comune, bensì tra il folle, il disturbato, e l’uomo normale. La presenza, all’interno dell’Ordine Forense, di situazioni notorie di violazione massiva del codice deontologico, ha consentito al potere politico interno all’avvocatura, coincidente con l’Ordine stesso, di utilizzare la scure della deontologia con arbitraria insensibilità. Si colpisce chi si vuole, quando si vuole e si ignora chi non rappresenta una minaccia per il potere politico.

Ecco perché gli avvocati che insultano in modo truculento e volgare gli arbitri, i tifosi avversari, i politici, i clienti, seppur lasciandone celati i nomi, o i colleghi antipatici, non vengono assolutamente toccati dalla deontologia nostrana. La regola, non scritta, ma di fatto costantemente applicata, è che la deontologia serve a preservare l’unanimismo della categoria. Le istituzioni forensi devono essere ossequiate, riverite e temute. Né l’istituzione, né chi ne fa parte, può essere combattuto con le armi della politica. Lo scontro, come fisiologica dimensione del cambiamento, della rivoluzione, deve sparire dall’immaginario ideale dell’avvocato, che non deve mai poter pensare di ammutinarsi contro un destino di sottomissione, di quieta obbedienza, di acritica accettazione del reale.

 

 

In uno dei provvedimenti relativi ai miei procedimenti disciplinari, mi è stato risposto che la mia richiesta di radiazione dall’Ordine Forense sarebbe “provocatoria”. Onestamente non comprendo bene le ragioni di questa interpretazione, così come non comprendo la paura, da parte di molti che fanno politica forense, di questa evenienza a mio carico. Ho violato ripetutamente decine di norme deontologiche, ho dichiarato pubblicamente, in decine di occasioni, di considerare l’Ordine Forense una mafia istituzionalizzata, una Cosa Nostra, non funzionale allo sviluppo dell’avvocatura, ma al prosperare di chi, all’interno delle istituzioni forensi, si è arricchito a discapito dell’avvocatura. Ho dunque violato uno dei principi più intangibili per chi voglia fregiarsi dell’appartenenza all’avvocatura, ovvero il rispetto delle istituzioni forensi, la collaborazione con tali istituzioni. Io alle istituzioni forensi ho fatto la guerra, perché non le ritengo conformi ad un codice d’onore personale, che metto sopra ogni cosa e di certo sopra al codice deontologico forense.

 

 

Questo non può tradursi in una censura, in una sospensione, o in altro provvedimento che miri a non sollevare un problema politico all’interno dell’avvocatura italiana. Di certo io non consentirò che i procedimenti a mio carico si concludano con un buffetto, che l’unico scopo di tutta questa guerra si manifesti con provvedimenti pilateschi e non con la mia espulsione dal sistema politico forense e dall’avvocatura. Sono e mi sento un rivoluzionario, un ribelle e un obiettore di coscienza e pertanto, avendo violato tutte le regole che l’Ordine Forense ha creato, per tenere schiavi gli avvocati, pretenderò la radiazione e non mi fermerò fino a quando io non l’abbia ottenuta.

Don Lorenzo Milani diceva che il solo modo di amare le leggi era di non rispettare quelle ingiuste. Allo stesso modo, io non riesco a sentirmi in dovere di rispettare un Ordine che viola sistematicamente la legalità, per consentire ai più potenti e ai più vecchi di mettersi al riparo da ogni giudizio, utilizzando la livrea del Consigliere come uno scudo e una patente di verecondia. Dietro gli onori non riesco a vedere che uomini e questo mi impedisce di cedere alla retorica, alla vacuità, all’ecumenismo che il linguaggio del potere istituzionalizzato vorrebbe impormi. Adotto un linguaggio rivoluzionario perché io disprezzo l’Ordine Forense italiano, ne disprezzo la sciatteria, la cattiveria, la vessazione dei più giovani e dei più deboli, l’iniquità, l’ipocrisia, l’inutilità. Tutto questo non può tradursi in una censura. C’è in ballo qualcosa di molto più grave e profondo nei miei anni di lotta, ovvero la rivendicazione di una libertà interiore non coercibile, la volontà di gridare alla mia categoria, ai miei familiari, ai miei clienti, che io non sono come loro, che il mio titolo, frutto dei miei studi e dei miei pochi talenti, non mi ha reso ipocrita, né santo, né decoroso, e che tutto ciò non mi ha mai impedito di fare l’avvocato, non meno bene di tanti altri.

 

 

Il linguaggio della rivoluzione rifiuta di piegarsi all’accettazione supina della realtà, rifiuta di concedere i gradi della necessità, della immutabilità, del vero, del bello, del bene e del giusto, a ciò che ha l’unico pregio di essere. Oggi l’Ordine Forense è un gigantesco tumore, una piovra, che soffoca e distrugge la mente e l’anima di decine di migliaia di avvocati, che ne spegne la passione e l’anelito verso la verità, che ammanta le proprie nequizie dietro una coltre di oscene e vuote parole. Io in NAD ho riversato questa sfida, non per esaltazione dell’ego, ma per bisogno interiore, per rifuggire da un mondo che mi stava stretto da tutte le parti, senza lasciare il campo ad un mostro molto più forte di me. L’ho fatto perché non credo che scappare, o tacere, o voltare la testa da un lato, sia una soluzione da uomini, né da avvocati. L’ho fatto perché mi sento un avvocato, sento di dover combattere per una professione diversa, finalmente degna di rispetto.

 

Oggi l’Ordine Forense tollera ogni tipo di invettiva, espressa da avvocati, purché effettuata con un linguaggio e con atteggiamenti che non ne mettano in pericolo il potere. Se un avvocato scrive su un social network che l’Ordine Forense ha dimostrato di aver fallito tutti i suoi obiettivi, si è dimostrato il male e va abolito, non si aprirà a suo carico nessun procedimento disciplinare. Ciò perché il linguaggio ed il comportamento non rivoluzionario, consentiranno all’Ordine di non temere nulla dal pensiero avverso. Se un avvocato dileggia, combatte, denigra pesantemente l’Ordine Forense, a suo carico si apriranno procedimenti disciplinari, ma non perché il pensiero dell’avvocato “decoroso” sia diverso da quello dell’avvocato rivoluzionario, ma solo perché il comportamento del secondo verrà ritenuto potenzialmente pericoloso per l’assetto di potere incarnato dall’istituzionalizzazione.

Ecco perché nessuno è mai stato perseguito quando ha detto “Gli ordini vanno aboliti, sono un peso, una consorteria, non servono a nulla”, e a nessun avvocato verrebbe in mente di considerare indecorosa questa visione, mentre le mie battaglie, le mie invettive contro le istituzioni forensi, contro uomini in carne ed ossa, diventano un problema da affrontare, utilizzando la deontologia come strumento di interdizione dall’agone politico.

Il reale è irrazionale e a un rivoluzionario non si perdona la lotta, ma allo stesso tempo un rivoluzionario non può pensare di dover necessariamente sopravvivere a se stesso, qualora voglia essere credibile nella sua lotta. Se lottare per un’avvocatura finalmente degna comporta come prezzo l’espulsione dal novero degli avvocati, questo prezzo va messo in conto e occorre accettare di pagarlo. Diversamente la lotta diventa parodia, ricerca di un vantaggio, gioco di ruolo. Non fa per me, non sono quel genere di uomo, non sono quel genere di avvocato.

 

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

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