L’ORDINE FA POLITICA? NESSUNO SCANDALO!

4 marzo, 2018 | Autore : |

 

Oggi si vota per le elezioni politiche in Italia e molti esponenti apicali dell’Ordine Forense sono candidati in Parlamento, cumulando cariche “istituzionali” con quelle politiche di parte. Addirittura, nei mesi scorsi, il Consiglio Nazionale Forense avrebbe suggerito o supportato (non ho notizie più precise in merito), una specie di “casting” legato alla selezione di avvocati che potessero essere scelti dalle forze politiche per approdare in Parlamento. La commistione di incarichi politici di parte e di incarichi istituzionali ha scandalizzato qualcuno, ma è solo l’ultimo approdo di una deriva che parte da lontano, che affonda le sue radici nel disegno partorito dalla mente diabolica di Guido Alpa, ovvero la totale presa del potere politico da parte del sistema ordinistico, realizzata con la Legge Professionale Forense, la mostruosa 247/2012.

L’Ordine Forense è stato istituito con finalità che non attenevano alla tutela sindacale degli avvocati. Il quadro normativo sistemico si portava dietro, va detto, la contraddizione tra il ruolo di controllore dei propri iscritti e promotore dei loro interessi, proprio delle gilde e delle corporazioni, ma paradossalmente, l’unica tutela diretta degli interessi degli appartenenti all’Ordine, che poteva essere perseguita dall’Ordine, atteneva al controllo della qualità e della professionalità degli iscritti. E’ questo che negli anni si è voluto perdere, è questo il tradimento che il sistema ordinistico, e l’Ordine Forense, per ciò che mi consta personalmente, hanno realizzato. La degenerazione, la massificazione dell’Ordine, realizzata e perseguita dalle istituzioni forensi per ragioni clientelari, ha trasformato sempre più l’Ordine in un “amico” degli iscritti. La funzione onorifica della rappresentanza ordinistica ha così mutato natura, violentando la sua funzione originaria. La tutela degli iscritti non si è più perseguita mediante una selezione rigorosa, una verifica puntuale dei presupposti per il loro accesso all’Ordine, bensì attraverso la volontà di farsi portavoce dei loro interessi, mantenendo allo stesso tempo le funzioni proprie di chi avrebbe dovuto garantire la cittadinanza e dare prove della qualità e dell’onorabilità degli appartenenti all’Ordine.

 

A partire dagli anni 80, anni in cui l’infortunistica stradale, le truffe seriali, lo strapotere economico e politico degli avvocati più influenti, hanno spinto decine di migliaia di disperati a tentare “il jolly” dell’ingresso nell’Ordine Forense, la proliferazione delle abilitazioni ha trasformato ciò che per propria natura poteva avere un senso solo se configurato come elite, intellettuale e professionale, in un mestiere come un altro, massificato, squalificato e sottoposto a degenerazioni di ogni genere. L’Ordine Forense non solo ha assistito a questo scempio, ma ne è stato complice. Nel corso degli anni si sono attratti nell’Ordine decine di migliaia di numeri, per brama di potere, di denaro, di contributi previdenziali. Sono cose che NAD ha sempre detto, ma non costituiscono una verità particolarmente scomoda da svelare. Si tratta semmai di fatti notori, spesso affermati in contesti ufficiali dagli stessi esponenti apicali dell’Ordine Forense.

 

 

Ciò che è accaduto è stato il tradimento della funzione di “tutela” originaria, che l’Ordine avrebbe dovuto incarnare e proteggere. Si dovevano proteggere gli iscritti all’Ordine, garantendo una selezione rigida, meritocratica, trasparente, volta ad elevare il valore del titolo, ma si è scelto di andare in direzione opposta, imbarcando di tutto, trasformando l’Ordine nel complice e nel sindacalista, nel protettore degli interessi sporchi dei singoli e dei gruppi. Tutto questo è sotto gli occhi dell’intera cittadinanza e della stessa avvocatura. Tutti lo sanno, tutti ne parlano, tutti in Italia sanno che l’Ordine Forense è corrotto e si è corrotto, ma se lo dice un avvocato normale, se ne fa un elemento di lotta, per giungere alla moralizzazione e alla riqualificazione della sua categoria, il detto diviene elemento dello scandalo. Peggio, perché se tutto ciò si afferma e si prova con il linguaggio aulico del giurista, l’Ordine resta indifferente alla verità evidente, mentre se si sceglie di denunciare utilizzando il dileggio, il turpiloquio, provando a destare scandalo e attenzione sul vero scandalo, il denunciante diviene elemento dello scandalo, mentre l’Ordine, che dovrebbe scandalizzarsi di se stesso, si dà da fare per eliminare chi ha sollevato lo scandalo.

 

Eppure lo avevamo detto, lo avevamo scritto. Avevamo previsto che questa deriva dell’Ordine, la sua politicizzazione, la sua trasformazione in un soggetto “colluso” con i suoi peggiori esponenti, piuttosto che nemico degli stessi, avrebbe portato alla morte dell’istituzione. Già nel 2014 denunciavo tutto questo, con il mio primo intervento in politica forense, in cui indicavo chiaramente la degenerazione dell’Ordine come elemento cardine del declino dell’avvocatura. A distanza di qualche tempo mi piace riportare integralmente quel testo, non per una vena di autoesaltazione, che non mi appartiene, se non quando mi prendo gioco di me stesso e di chi mi prende sul serio mentre lo faccio, quanto per mostrare che i fatti, a chi li sapeva e li voleva vedere, erano noti da tempo:

 

 

“Comincio con il salutare tutti i colleghi e le colleghe presenti e ringrazio coloro che mi hanno invitato a partecipare a questo incontro.

L’avvocatura italiana vive una profondissima crisi, etica ed intellettuale. La nostra professione dovrebbe rappresentare un baluardo contro la degenerazione delle istituzioni, dovrebbe concorrere con altri organi e soggetti di valenza pubblica al progresso civile dello Stato. Questo in Italia non è accaduto e non accade da troppo tempo.

Negli ultimi anni la nostra categoria non solo non ha saputo impedire il decadimento di ordine generale, ma non ha ottenuto nulla che consentisse un migliore funzionamento della giustizia, né ha saputo elevare la propria qualità interna.

Autocritica dunque. Per il nostro ruolo in politica, di primo piano eppure mai progressivo, per il nostro impegno istituzionale, mai incisivo, per la nostra incapacità di opporci efficacemente alle riforme peggiorative degli assetti istituzionali e giudiziari nazionali.

Eppure il Parlamento italiano in questi anni ha sempre visto al proprio interno un numero altissimo di avvocati. Ignorare questo dato, parlare di una politica che ci mette in crisi, senza riconoscere di esserne parte assai rilevante ed influente, non è onesto.

Noi avvocati abbiamo avuto ed abbiamo molto potere, ma non sappiamo usarlo e non riusciamo a risolvere le degenerazioni interne alla nostra categoria, risultando così incapaci di relazionarci con forza e credibilità con quei poteri che pure hanno contribuito, è innegabile, alla nostra crisi. Ma che questi poteri abbiano agito contro la nostra volontà o a nostra insaputa, come è di moda dire ultimamente in politica, è un falso mito, sbiadito e non più credibile. 

Autocritica dunque. E’ questa la chiave che può portarci a risorgere. Autocritica ed autoriforma. Perché se c’è una cosa che la contemporaneità ci insegna, in relazione ai fenomeni sociali, è che nessuna vera riforma può essere forzosamente imposta dall’esterno quando un grande potere degenerato non si sappia o si voglia rigenerare autonomamente.

L’avvocatura italiana deve finalmente tornare ad assumersi le sue responsabilità. Tocca a noi invertire la rotta, perché per anni siamo stati la stampella silente, il braccio armato della mala politica, siamo stati complici del degrado del nostro ordine. Per anni il peggioramento delle nostre condizioni di lavoro, le pratiche disonorevoli messe in atto da molti colleghi, lo scadimento qualitativo degli appartenenti all’avvocatura, sono stati fenomeni tollerati o comunque mai efficacemente contrastati da chi, anche al nostro interno, deteneva e detiene un grandissimo potere. Perché?

Si parla di proletarizzazione dell’avvocatura eppure non riflettiamo abbastanza sul perché siamo diventati quasi 250 mila. Un numero abnorme, badate, che non ha eguali, in rapporto ai cittadini, in nessun paese civile del mondo.

Perché accettiamo che l’esame di ammissione alla professione sia palesemente fasullo, con un mercimonio di corsi di preparazione, di codici, di temi comprati, che non dovrebbe mai essere permesso? Perché tolleriamo i tempi indegni delle correzioni, l’assoluta mancanza di trasparenza nei giudizi?

A mio parere è evidente che in questi anni non abbiamo voluto o saputo impedire il nostro scadimento ed oggi paghiamo un prezzo inevitabile alla nostra incapacità di mantenerci sani.

Per queste ragioni ritengo che l’avvocatura non possa incolpare nessuno più di se stessa per la propria attuale crisi. Perché siamo stati in parte artefici, nonostante oggi ce ne sentiamo vittime, del progressivo deteriorarsi dell’etica pubblica italiana, della nostra giustizia, delle condizioni della nostra professione.

Ma noi guardiamo sempre all’esterno, bravissimi a fare spallucce o a cercare cavilli per negare macroscopiche inefficienze di cui siamo i maggiori colpevoli.

Ci sono aree del paese in cui ci sono più avvocati che foglie sugli alberi? Passi. E poco importa se un sistema tanto squilibrato porti come conseguenze inevitabili il dumping, le pratiche scorrette, la moltiplicazione di un contenzioso fittizio che serve ad alimentare appetiti di ogni genere. Poco importa se questa situazione stia creando un danno sociale che va ben oltre l’interesse legittimo del singolo cittadino ad intraprendere la nostra professione. Di restrizioni all’ingresso, di una selezione più seria, capace così di tutelare anche il decoro ed il reddito del professionista, riconoscendolo come un elemento indispensabile al buon funzionamento del sistema giudiziario, nel nostro ordine non si sente quasi mai parlare.

Si parla solo di “nuove opportunità” ma pochi hanno il coraggio di dire che l’essere diventati una moltitudine ci affama, ci squalifica, ha contribuito a mettere la giustizia italiana in una situazione di oggettiva impossibilità di buon funzionamento. Né ci chiediamo a chi giovi tutto questo. O forse si? Forse alcuni tra noi lo sanno e fin troppo bene.

Io credo che nei nostri rappresentanti di questi anni siano mancate sia l’autorevolezza che la volontà di far bene per la categoria. In ogni caso i risultati raggiunti, o meglio, i fallimenti inanellati, dimostrano come i vertici dell’avvocatura italiana siano da tempo totalmente e sistematicamente incapaci di conseguire gli obiettivi che a parole si propongono.  

Capaci di “deplorare” le cattive leggi, di “biasimare” le pratiche scorrette o lo scadimento delle nostre qualità professionali, senza però riuscire a fare niente di più.

Nei giorni scorsi, in un impulso dettato dalla disperazione e non dalla superbia, ho abbozzato alcune linee per una riforma della nostra professione. Al primo punto ho inserito il nostro obbligo di riqualificarci attraverso una progressiva e drastica riduzione dei nuovi accessi all’avvocatura, basata sui principi della sostenibilità ed equilibrio del sistema giuridico e sulla qualità e concorrenza del mercato, che oggi è drogato dalle baronie e dalle pratiche collusive o peggio, corruttive, presenti nel nostro sistema giudiziario.

L’aspetto che più mi ha colpito nel sottoporre questa bozza ai colleghi è stata la quasi totale assenza di reazioni.  Nulla, né  critica, né approvazione. C’è sfiducia, c’è una cupa rassegnazione. Il pensiero, valido o meno, ci appare quasi un atto velleitario, da guardare al limite con pietosa accondiscendenza.

Io invece non sono rassegnato. Credo che possiamo e dobbiamo concorrere a riformare la società italiana e la nostra professione ma credo che solo autoriformandoci avremo l’autorevolezza per incidere nella nostra politica giudiziaria.

Se però non avremo il coraggio di partire dal nostro interno, di essere spietati ed onesti in primo luogo con noi stessi, non avremo la forza per affrontare la situazione odierna, che richiede ben altro che  belle parole. Richiede sovrumana energia, richiede umiltà estrema ed allo stesso tempo ambizione smodata. Umiltà nell’autocritica, ambizione negli obiettivi da conseguire. Spero che ce la faremo, lo auguro a me stesso e a noi tutti.”

Salerno, 9 gennaio 2014

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

Ebbene, se le degenerazioni dell’Ordine Forense e la sua brama di potere politico diretto erano già visibili nel disegno accentratore della L. 247/2012, l’opera di distruzione di ogni tipo di diaframma tra politica ed Ordine è stata perseguita ben oltre e ben dopo l’approvazione della nostra legge professionale. Già nel 2014, al Congresso Nazionale di Venezia, l’Ordine, o meglio “Gli Ordini”, così come identificati dalla cultura volgare dell’avvocatura italiana, tentavano di soffocare una rappresentanza politica autonoma, costituita dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura.

Si trattò di un tentativo goffo, malriuscito, e devo ammettere che, nella mia ingenuità ed inesperienza politica, pensai che fosse stato anche un segnale di debolezza del disegno che avanzava. I fatti hanno dimostrato che avevo torto marcio, che sopravvalutavo immensamente la tenuta e la tensione democratica e civile dei miei colleghi, e sottovalutavo la determinazione dell’Ordine nella prosecuzione del suo disegno. Il Congresso di Rimini del 2016 ha segnato infatti la morte della rappresentanza politica autonoma dell’Avvocatura, facendo confluire ogni spinta dialettica rispetto all’egemonia ordinistica, all’interno dell’ OCF, Organismo Congressuale Forense. L’abolizione delle incompatibilità tra rappresentanza ordinistica e politica è stato solo lo strumento tecnico per consentire l’annessione. In realtà il disegno si era già compiuto, attraverso l’appropriazione del potere politico da parte del Consiglio Nazionale Forense e della Cassa Forense, depositari del denaro degli avvocati italiani e veri centri di potere politico interno alla categoria.

La deriva autoritaria che ha portato alla dissoluzione dell’autonomia della politica forense dall’Ordine Forense non è stata contrastata, se non da pochissimi avvocati italiani. Con orgoglio posso rivendicare, e lo rivendicherò anche in futuro, quando non farò più parte di questa categoria, di essere stato uno di quei pochi. A Rimini abbiamo lottato, senza successo, per impedire la definitiva annessione della politica forense nell’alveo della rappresentanza ordinistica. Abbiamo denunciato le commistioni inaccettabili, la corruzione, lo strapotere arbitrario dei padrini dell’avvocatura, ma è stato tutto inutile. Il ruolo di “padrino” degli avvocati elettori ha consentito all’Ordine, ovvero agli Ordini, di presentarsi al Congresso Nazionale Forense più importante degli ultimi 20 anni, con una tale forza ed un tale seguito di adepti, da rendere vano ogni richiamo alla giustizia o alla ragione.

 

 

 

Oggi dunque ci troviamo a questo passo: un Ordine Forense che non solo rivendica la sua titolarità nel fare politica, ma che ha distrutto ogni opposizione interna, con l’utilizzo di una strategia di corruzione, voto di scambio, vendita del “servizio” all’avvocato elettore, che rende difficilissimo un contrasto a questo stato di cose. Gli effetti deteriori che in questi giorni scuotono la classe forense vengono dunque da lontano. La pessima prassi di sommare cariche ed incarichi, la confusione tra rappresentanze di tutti gli avvocati e rappresentanze partigiane, non sono solo figlie di aspirazioni politiche personali, ma affondano la propria storia nella negazione dell’essenza dell’Ordine Forense, ovvero la sua terzietà, la sua imparzialità, la sua assoluta ripulsa verso ogni forma di ammiccamento alla politica.

 

Lo schema di un’avvocatura che volesse costruire un proprio governo ed un proprio parlamento, per consentire agli avvocati di fare politica in modo libero, rispettando le prerogative pubblicistiche dell’Ordine Forense, sembra ormai un dinosauro. Nessuno ci crede più, ormai siamo avviati lungo una china, sempre più scivolosa, che porterà l’Ordine Forense ad identificare sempre più i propri esponenti apicali con il potere politico. Tutto questo sta pesantemente inquinando la vita civile dell’avvocatura italiana, ma a nessuno, se non a pochissimi tra noi, importa, mentre quelli tra noi disposti a combattere sono ancora meno.

Una cappa bieca, oscura, infame, sembra avvolgere la ragionevolezza e l’orgoglio di questa classe martoriata, mentre l’ignoranza dilaga, sovrana, come un nulla omicida, e gli anticorpi, anche quelli più resistenti, sembrano ormai dissolti dal sinistro suono del potere, che corrompe ogni cosa, anime e corpi, voti ed elettori, senza rispetto della dignità forense.  Non posso che pensare che abbiamo bisogno che qualcuno o qualcosa abbia pietà di noi, ma onestamente sono pessimista su un futuro dignitoso dell’avvocatura italiana.

 

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

 

 

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