Lettera al Presidente di Cassa Forense, Avv. Nunzio Luciano

10 Maggio, 2020 | Autore : |

Avv. Rossella Privileggio, Segretario Nuova Avvocatura Democratica sezione di Milano

Caro Presidente,

scusi, innanzitutto, il tono familiare con cui mi rivolgo a Lei.

Non voglia – in ciò – legger una mia mancanza di rispetto: piuttosto, creda al fatto che così mi esprimo per il desiderio di appellarmi al Collega (fermo, sullo sfondo, il mio rispetto per la Sua posizione istituzionale).

Mi chiamo Rossella Privileggio, avvocato (diversamente non sarei qui a tediarLa), iscritta al COA Milano, classe 1965.

Sono, anche, Segretario della neocostituita Sezione di Milano di NAD Nuova Avvocatura Democratica.

Mi permetta qualche parola che possa introdurre il tema di cui desidero parlarLe.

Ho iniziato la pratica nel 1991.

Convinta ed entusiasta: fosse stato altrimenti, non mi sarei iscritta a Cassa Forense nel 1993, primo momento utile allo scopo, quando ancora non sapevo se e quando avrei superato l’esame da (allora) procuratore.

Ricorderà anche Lei (vista l’insignificante differenza di età tra noi) quanto (come, parlando d’altro, disse Mario Capanna) fossero “formidabili quegli anni”.

Non solo perché eravamo giovani: avevamo, certo, le speranze di tutti i giovani, ma eravamo – nel nostro ardore – supportati da un’atmosfera generale ben diversa da quella odierna.

La prima cosa che ho appreso (forse perché sono un’inguaribile romantica) è stato il concetto di colleganza.

Vivevo ogni giorno, nella mia vita di gius-podista (allora si correva carichi come somarelli per i corridoi del tribunale), il significato profondo della “colleganza”.

Quando ti mandavano, come carne da cannone, allo sbaraglio completo in udienza ed il tuo avversario anziano, mano avanti alla bocca per non farsi sentire, ti suggeriva (contro ogni suo interesse) ciò che meglio era, nell’interesse del tuo cliente, metter a verbale.

Quando, carico del tuo libresco (e, il più delle volte, pure modesto) sapere giuridico, sfornavi (con sicumera ed ovviamente avanti al Giudice) una solenne sciocchezza e la più matura e ferrata controparte interveniva per metterci la famosa “pezza” (evitandoti peggior danno e contenendo la figuraccia in via di consumazione).

Insomma: sappiamo tutti, noi più anziani (anagraficamente e professionalmente), che abbiamo vissuto (puro dono del Cielo. O del caso. Come si preferisca) anni diversi dai correnti.

Si faceva fatica, tantissima.

Si lavorava – in pratica – h24 (dodici – ad andar bene – in studio, dodici a ripensare al “fatto” e “da fare” in studio).

E si guadagnava.

Caspita, a pensarci oggi: quanto si guadagnava…

L’avvocato era l’Avvocato.

Nessuno pensava di venir gratis da noi.

Era del tutto eccezionale che qualcuno non pagasse.

La “dignità dell’esercizio della professione forense” sembrava concetto presente, nella declinazione cui ora mi riferisco, anche al grande pubblico.

Sarebbe durata poco.

Tangentopoli, a mio avviso, segnò il cambio di passo.

Occorreva, da parte di alcuni, screditare il “sistema Giustizia”.

Si cominciò dalla Magistratura (prima inquirente, poi giudicante) e, dopo, non rimanevano che gli Avvocati.

Anzi: avvocati.

Non ci siamo resi conto, forse, che – sottotraccia, ben nascoste in tante dichiarazioni di certa politica – stavano demolendo, agli occhi della gente comune, la nostra immagine.

Eravamo presi, ancora, col molto lavoro.

E, forse, pensavamo valesse il detto “molti nemici, molto onore”.

Non so se sia andata effettivamente così.

O se tutto possa esser letto così.

Parlo di mie personalissime ricostruzioni.

Comunque: ci ha messo al tappeto, negli anni, non solo la crisi economica (in realtà, per quante ne abbiamo vissute nel post-Tangentopoli, bisognerebbe usare il plurale).

Ci ha messo al tappeto quel (sottile ma progressivo) screditamento, ad opera (in primis) della politica.

La gente comune non ci percepiva più come Avvocati.

Avevamo perso la maiuscola.

Abbiamo quindi iniziato (complici anche molte sopravvenienze a noi note) a guadagnare meno.

A disputarci i (sempre minori, sempre meno paganti, sempre più ostili) clienti.

Su questa frustrazione (e sul bisogno di “tirare avanti”), abbiamo permesso che i più giovani Colleghi (che avremmo dovuto formare come eravamo stati formati noi) si persuadessero della legittimità di pratiche di dumping (e l’abolizione dei minimi tariffari ha, in questo, giocato un ruolo fondamentale).

Caro Presidente, guardo le statistiche di Cassa sull’andamento reddituale medio di categoria e trattengo a stento le lacrime.

Guadagnamo sempre meno.

E non solo perché il nostro numero è cresciuto (con conseguente riduzione della “fetta di torta” di spettanza).

Tutti abbiamo, ciascuno a suo modo, cercato di tagliare ogni costo possibile per cercare di far fronte (non dico alla vita privata, già “francescanizzatasi”, ma) agli (incrementati) oneri fiscali e previdenziali.

La crisi del 2008 ha avviato un processo di depauperamento che l’attuale pandemia ha solo portato a compimento.

Per questo, siamo arrivati a chieder aiuto a Cassa.

Non creda, Presidente, che sia stato (o sia) facile pietire attenzioni.

Tutti noi vorremmo solo poter lavorare, non elemosinare.

Creda, Presidente, quando si parla di “reddito di ultima istanza” si allude anche (effetto non voluto da chi così ha qualificato l’intervento) alla nostra sopravvenuta mancanza di speranza nel futuro.

Ho ascoltato la Sua intervista degli scorsi giorni a GiustiziaCaffè.

E L’ho vista (non solo io, peraltro) infastidito ed offensivamente sprezzante.

Sono rimasta (non solo io, peraltro) profondamente amareggiata dai toni e dai contenuti del Suo eloquio.

Tutti rispettiamo la Sua persona e la Sua carica.

Tutti abbiamo chiara l’enorme difficoltà che, nel Suo ruolo istituzionale e con le Sue responsabilità di garante del sistema, sta affrontando.

Ma Lei, Presidente, non può rivolgersi all’Avvocatura italiana, ai Suoi Colleghi, in quel modo.

Con quei sorrisi che trasudavano ironia.

Col Suo non riuscire a star fermo un solo secondo (il linguaggio del corpo raccontava la Sua insofferenza).

Come può, Presidente, manifestare tanto evidente fastidio per la reiterazione delle nostre istanze quando Ella, meglio di chiunque altro, sa in quale drammatica condizione economica versa l’avvocatura italiana?

Come Le ho scritto, tutti noi abbiamo chiaro l’enorme peso che grava su di Lei in questo complicatissimo tempo.

Ma voglia – come noi facciamo con Lei – mettersi un poco nei nostri panni.

Creda, Presidente, che – per assurdo – possiamo quasi “digerire” il rigetto o il mancato esame di una domanda di assistenza: ma non altrettanto esser additati come (sostanzialmente) questuanti.

Credo avremmo, tutti, preferito andare a chiedere aiuto altrove.

Magari pure più riservatamente.

Ricordare – a noi – come funziona Cassa e cosa deve, regolamentarmente, fare e garantire Cassa, suona, mi scusi, offensivo.

Ricordare – tanto a chi ampiamente ha contribuito a Cassa, quanto ai giovani Colleghi (che meno hanno, per ragioni anagrafiche, versato, ma che sono “abbattuti” dall’incidenza dei contributi minimi. E che ben poche speranze in un futuro dignitoso possono nutrire) – che Cassa deve, arci-ovviamente, garantire le pensioni attuali (godute da coloro che, sotto altro sistema, migliori tempi hanno vissuto. E, magari, ancora lavorano…) e future… bè, Presidente, sembra un poco “fuori sintonia”.

Tutti noi sappiamo benissimo queste cose.

Stiamo chiedendo di considerare la straordinarietà della situazione; di ricordare da quale lunga crisi di sistema veniamo; di ridare un’occhiata alle statistiche che ci raccontano in ogni aspetto numerico di rilievo.

Non ci serve il ripasso delle regole: le conosciamo, Presidente.

Stiamo chiedendo a Cassa di soccorrerci. Perché, al di là delle nostre famiglie (per chi ce le ha. Ed ammesso che siano famiglie che possono), non ci è rimasto altro (i nostri risparmi sono svaniti in un decennio di autofinanziamento delle nostre attività).

Stiamo chiedendo a Cassa interventi che noi per primi sappiamo straordinari: risponderci che le regole affermano altro significa – mi perdoni – non aver compreso che, appunto, stiamo chiedendo che, sulla considerazione della catastrofe in corso, si cambino le regole.

Non ci tratti, Presidente, con tanto evidente fastidio.

Stiamo soccombendo: spiace tediare Cassa Forense, ma… forse Cassa non se ne è accorta, ma, fuori dal palazzo, gli avvocati sono in ginocchio…

Avv. Rossella Privileggio, Segretario Nuova Avvocatura Democratica sezione di Milano

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