L’ANNO CHE VERRÀ

1 gennaio, 2020 | Autore : |


Sarà, a giudicare dalle premesse, terribile. Per quanto ci si preparati, per quanti sacchi di sabbia si siano messi vicino alle finestre, la tempesta è arrivata e questo 2020 è cominciato con l’entrata in vigore della nuova norma sulla prescrizione voluta dal ministro Bonafede.

L’Italia è un paese un po’ meno civile, la nostra cultura giuridica ha in un secondo fatto qualche passo indietro – dice il mio amico Leopoldo Di Nanna che torneremo indietro di circa 2400 anni, ora più ora meno – e le più becere istanze giustizialista e forcaiole avranno da oggi più facilità di trovare ascolto e sfogo.

La norma riguarderà, di fatto, una piccola percentuale dei reati commessi ogni anno, se solo si considera che il 60% delle prescrizioni matura durante la fase delle indagini ed il 25% durante il dibattimento di primo grado, il tutto partendo da un numero di dichiarazioni di estinzione del reato per intervenuta prescrizione che è pari a circa il 10% del totale dei reati commessi.

È, dunque, la nostra una battaglia prevalentemente (ma non esclusivamente) culturale, che mira a consentire al nostro Paese di conservare un livello di civiltà giuridica, almeno secondo gli standard della tradizione italiana, accettabile.

Il prossimo passo sarà il tentativo di sopprimere l’appello: il Presidente del Consiglio ha anticipato che per la giustizia tributaria due gradi di giudizio dovranno essere sufficienti.

In una conversazione privata preconizzavo che quell’idea, se concretizzata, avrebbe rappresentato nulla più che un esperimento: vediamo come “questi” reagiscono e, se ce la lasciano passare facile come al solito, la estendiamo ad ogni forma di processo.

Nei gruppi Facebook che si occupano di politica forense ho, purtroppo, riscontrato che quell’idea non era venuta solo a me.

E dico purtroppo non per una questione di ricerca di originalità o di affermazione di una presunta primogenitura ma per la triste constatazione di quanto questa ipotesi sia realistica.

In questa prospettiva culturale la riforma del processo penale, che doveva – e non sarà – essere precondizione per l’entrata in vigore della nuova prescrizione (così ci era stato detto) si preannuncia sotto i peggiori auspici.

La ricerca di un processo penale rapido rischia davvero di passare per la soppressione della fase del giudizio di secondo grado, unica a non avere copertura costituzionale.

Sarebbe l’ennesima riforma a costo zero, che libererebbe anche un discreto numero di magistrati esperti da ricollocare in tribunale, così cercando di “rimpolparne” gli organici cronicamente deficitari.

Se fosse davvero questa la soluzione pensata per risolvere le disfunzioni di un processo che in pock più di 20 anni ha mostrato tutti i suoi limiti, allora ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Se le esigenze di bilancio dovessero prevalere su quelle dell’efficacia dell’attività giudiziaria, se la celerità del processo dovesse essere ottenuta con la compromissione delle garanzie della difesa e se il processo fosse piegato a strumento di soddisfacimento delle più becere istanze di vendetta, se, in pratica, dovessero affermarsi un concetto di processo e di Paese alla “D’Avigo” o alla “Gratteri”, allora il 2020 sarà solo il primo di una serie di anni orribili.

In questo quadro quale sarà il ruolo dell’avvocatura?

Se la categoria riuscirà a liberarsi dalle pastoie, che le derivano dalla compromissione dei suoi vertici istituzionali con il potere politico, colmando nel contempo il deficit di democrazia interna, che ne mina l’unità di azione, potrà allora porsi come interlocutore serio e credibile di chiunque eserciti la funzione legislativa e potrà far sentire la propria voce contro ogni riforma liberticida.

Al contrario, dovrà limitarsi a strepitare contro decisioni già prese a tavoli a cui neppure è invitata e lo farà, come al solito, fuori tempo massimo.

Forse, all’alba di questo nuovo anno l’augurio da fare agli avvocati italiani è, allora, di riuscire a liberarsi dall’egemonia del Faraone illegale e dei suoi fedeli alleati, di riuscire a ristabilire la legalità e la democrazia nelle istituzioni forensi, di tornare ad essere liberi.

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