LA FARSA DELLE MOZIONI E L’OBSOLESCENZA DELLA RAPPRESENTANZA FORENSE

12 settembre, 2018 | Autore : |

 

Purtroppo gli avvocati che votano per il Congresso non sanno niente della storia politica dell’avvocatura. Ecco perché l’attenzione dei gonzi viene sviata sull’importanza delle “mozioni” approvate dal Congresso. Cercherò di illustrare il trucco in modo semplice, sperando che sia chiaro davvero a tutti. Partiamo dall’ultimo Congresso, quello di Rimini. Quali e quante mozioni hanno trovato concreta, veritiera ed effettiva attuazione? Una, solo una, quella che sopprimeva OUA per dare anche la rappresentanza congressuale ai veri depositari del potere politico: i COA. E il resto delle mozioni? Sparite, ignorate, cancellate dall’agenda operativa di OCF, che si è occupato di altro, di cose del tutto diverse, infischiandosene bellamente delle mozioni riminesi, quelle approvate dal benevolo occhio di Mascherin che osservava le mani alzate e giudicava i promossi e i bocciati.

Domanda per gli elettori: quali mozioni del Congresso di Venezia hanno trovato attuazione? Non lo sapete, vero? E perché dovreste saperlo? La politica, quella che fa le leggi e detta l’agenda, se ne frega delle mozioni del Congresso degli avvocati. Del resto anche il Consiglio Nazionale Forense, quando tenta di far approvare le leggi che gli piacciono, se ne frega del Congresso, muovendosi secondo progetti partoriti al proprio interno.

Se dunque le mozioni sono uno strumento di distrazione di massa, se la verità è che l’agenda politica italiana, in materia di giustizia e di avvocatura, se ne infischia delle mozioni, perché non si sceglie di adeguare la forma di governo a mezzi più efficienti? Ad esempio, se avessimo un Parlamento degli avvocati, invece che un Congresso farlocco, potremmo elaborare con continuità proposte di legge da suggerire al Parlamento italiano ed al Ministro della giustizia. Il parlamento forense in carica potrebbe discutere anche delle contingenze promosse autonomamente dalla politica, chiedere ai rappresentanti degli avvocati di esprimersi, mandare il proprio Presidente o i Ministri Forensi competenti per argomento a discutere con la politica nazionale. In tema di giovani ad esempio, potremmo dire la nostra su una riforma dell’università, sui meccanismi di integrazione tra studio e professione, affidando i nostri progetti ad un governo che li porti avanti nel tempo, riassumendo il lavoro svolto dai parlamenti forensi precedenti.

Costruire un Parlamento degli avvocati ci consentirebbe di avere finalmente un archivio storico-politico dell’attività dei parlamentari forensi, ci consentirebbe di conoscere le proposte fatte, il voto espresso dai colleghi, per poter così finalmente giudicare personalmente i nostri parlamentari-avvocati, sia nel nostro parlamento, che in quello nazionale.

Perché tutto ciò non avviene? Perché ad ogni Congresso Nazionale torniamo ad eleggere centinaia di peones, sconosciuti, silenti, incapaci di intendere e volere, ma desiderosi di andarsi a fare le fotografie? Perché continuiamo ad avere i programmi per “gli accompagnatori”? Perché concediamo la parola a gente non eletta, che non ha un voto, ma pretende di salire sul palco congressuale e parlare, anche se non si è nemmeno fatta eleggere nel proprio foro di appartenenza?

Tutte queste domande ve le fate? Vi chiedete perché non conoscete le mozioni approvate dai congressi precedenti? Vi domandate perché la nostra storia politica venga costantemente risciacquata, in modo che non ne resti memoria? Ve le fate tutte queste domande o proprio il cervello vi serve solo per fare da spartitraffico tra le orecchie?

La cancellazione della storia politica dell’avvocatura serve a consentire il riciclaggio degli inetti. Si deve ignorare il passato, per poterlo continuare a votare. Non si vuole costruire un archivio politico dell’avvocatura italiana perché poi qualche avvocato comincerebbe a studiare la nostra storia politica, si renderebbe finalmente conto che eleggiamo da interi lustri delle torme di minorati mentali, si semianalfabeti, di silenti ed inetti figuri in cerca d’autore.

Non potete pensare che in queste condizioni l’avvocatura partorisca buona politica, né che selezioni un gruppo dirigente degno di essere riconosciuto. Se tutto ciò non avviene non è per caso, ma è perché non può avvenire, per colpa vostra, della vostra incapacità di scegliere un cambiamento radicale, non certo per colpa dei social network.

 

Chiedetevi perché le leggi emanate dal Parlamento Italiano non provengano mai, o quasi mai, dalla volontà largamente espressa dagli avvocati italiani. Domandatevi perché siamo irrilevanti, non riusciamo mai ad incidere, continuiamo ad assistere, impotenti, ad un’agenda politica che in materia di giustizia e professione forense ci tratta come dei paria. Ve lo siete mai chiesto? Pensate davvero che sia colpa degli oppositori cattivi allo strapotere ordinistico?

 

La verità, che vi piaccia o meno, è un’altra. L’intera struttura rappresentativa dell’avvocatura è inservibile. Lo dimostrano, tra le altre cose, le pressanti richieste, provenienti da molti colleghi, che miravano ad inserire i temi della previdenza forense tra quelli di cui fosse permesso parlare al prossimo Congresso Nazionale. Questa richiesta, proveniente dai colleghi che avvertono la distanza della Cassa Forense da una visione che tenga conto dell’insostenibilità della contribuzione e della crisi economica, è rimasta ad oggi inascoltata, ma fa capire che il futuro di una rappresentanza forense razionale, capace finalmente di selezionare i migliori e di attrarre i colleghi alla discussione ed alla pratica politica vera, passa dall’abolizione del comitato dei delegati e dalla gestione congressuale della previdenza forense, per mezzo di politiche integrate, portate avanti dal Ministro dedicato.

La moltiplicazione dei centri decisionali è servita unicamente ad appagare il bisogno di poltrone dell’istituzionalizzazione forense. Cassa Forense si comportata come un mondo a parte, sperimentando le stesse tentazioni egemoniche del Consiglio Nazionale Forense, ignorando che oggi la previdenza forense deve essere integrata nel discorso politico generale che gli avvocati intendono portare avanti. Se si giungesse all’unificazione politica della rappresentanza, a Congresso finalmente gli avvocati potrebbero eleggere colleghi che si mostrino competenti nei vari aspetti che ci riguardano: politica dei diritti, varie branche del diritto, previdenza, ecc.

Abolire il board, o affidare la gestione tecnica della Cassa ad un Consiglio di Amministrazione nominato dal Congresso/Parlamento, sottoposto alla gestione dello stesso, porterebbe non solo alla valorizzazione del parlamento degli avvocati, ma anche ad un risparmio complessivo, sul piano economico, per la categoria. Il mantenimento dei tre organismi rappresentativi infatti, CNF, OCF e Cassa Forense, costa agli avvocati una cifra che oscilla, tra i 2,5 e i 3 milioni di euro annui. Se a questo scempio si aggiungono i milioni buttati nella catastrofica impresa de “Il Dubbio”, si arriva a circa 5 milioni di euro annui. Una somma enorme, con cui si potrebbe finanziare un parlamento di colleghi capaci, motivati da modeste indennità, da rimborsi effettivi. Con 5 milioni di euro annui si potrebbe avere un organo di comunicazione forense contemporaneo, multimediale,  che valorizzi gli studi e gli studiosi, le iniziative, i convegni di maggiore spessore, pubblicando tutto su un sito internet che rimandi all’avvocatura, alla sua cultura politica, al vasto e variegato mondo dei territori, delle idee, dei conflitti che viviamo al nostro interno. Non si fa niente di tutto questo per la sola ragione che si preferisce avere un sistema inefficace, che consenta agli inetti di prosperare, sulle spalle dei colleghi.

 

Costruire una rappresentanza unitaria, con un Parlamento finalmente funzionante, snello, capace di riunirsi in modo permanente e di affrontare le problematiche strutturali e quelle contingenti con tempistiche e modalità politiche, ci consentirebbe sicuramente di risparmiare. Tutto si potrebbe fare con una spesa molto minore, che comprenda modeste indennità di funzione per i membri del governo della categoria e che finalmente possa funzionare, proporre le nostre idee sulle leggi che riguardano la giustizia e la professione forense.

Ripensare la rappresentanza degli avvocati, adeguarla ai bisogni della contemporaneità, guardare al futuro e cancellare lo sfascio, la corruzione, la pietosa mediocrità espressa dal clientelismo relazionale del sistema ordinistico, dovrebbero essere obiettivi pressanti, per chi davvero abbia a cuore il rilancio culturale, morale e politico dell’avvocatura.

Una proposta di riforma di così ampia portata necessita un coraggio ed una visione oggi assenti. Cambiare la legge professionale forense è possibile. Far diventare l’avvocatura italiana una cosa seria è possibile, non è un’utopia, ma serve tutto ciò che oggi manca agli avvocati italiani: coraggio, visione, volontà di evolvere, crescere e migliorare.

 

 

Pensiamo a ciò che in questi giorni accade, nell’ambito della proprietà intellettuale, del dibattito sui commons e sui creative commons. Ragioniamo di come le intelligenze artificiali mettano a rischio il nostro lavoro e di quanto ci farebbe comodo un Ministro forense dell’innovazione tecnologica, che porti l’avvocatura e le norme in materia verso il futuro che si sta già materializzando. Anche in questi ambiti un atteggiamento fideistico nei confronti del futuro è puerile. Persino il pensare che una eventuale crisi occupazionale, data dalla sostituzione dell’uomo da parte delle macchine, verrà “ottimisticamente” bilanciata da nuovi e diversi lavori, è puerile. La verità è che l’inoccupazione di massa è un fenomeno assai diffuso nel nostro tempo e i meccanismi di sostituzione, in tema di altro lavoro, altro stipendio, altro lavoratore, altro luogo in cui trasferirsi per lavorare, somigliano sempre più ad un ricatto irrazionale ed antisociale, piuttosto che ad un’opportunità.

La discussione generalizzata su forme di reddito indipendenti dal lavoro dimostra che l’inoccupazione e la povertà da lavoro non sono percezioni catastrofiste di persone che rifiutano il futuro. Il lavoro non deve essere mitizzato. Si può vivere egregiamente e in modo socialmente apprezzabile anche lavorando poco, purché ci si impegni molto e si possegga un reddito in grado di generare livelli minimi di benessere. Tutto questo non è un destino scritto, ma da scrivere.

Parlando di avvocatura, la situazione che illustro è chiarissima, nonostante i colleghi non vogliano vederla e mettano la testa sotto la sabbia.

1. L’avvocatura di massa è morta, i numeri vanno ridotti, o la concorrenza ci distruggerà.
2. La concorrenza dell’automazione va regolata, la transizione va governata, o non saremo in grado di competere con il potenziale delle macchine pensanti.
3. La nostra operatività va ripensata, allargata, diversificata, costruendo strutture multifunzionali, automatizzate e capitalizzate.
4. Dobbiamo diventare problem solvers, ripensare totalmente il fenomeno giurisdizionale italico, attualmente inservibile, o i cittadini non si rivolgeranno mai a noi, ma andranno da altre figure professionali, capaci di dargli effettiva soddisfazione.
5. La L. n. 247/2012 va buttata nel cesto della spazzatura, precisamente nell’indifferenziato e dobbiamo costruire un’altra avvocatura, che disintegri la mafia gerontofila incarnata dalla Cosa Nostra Forense di stampo ordinistico.

 

Il cuore dei problemi della professione forense è rappresentato dalla nostra incapacità di elevarci, sul piano culturale, e pensare al futuro come ad una opportunità in cui tuffarci. Abbiamo un sistema rappresentativo che continua ad eleggere rappresentanti muti, che non studiano, non pensano, non innovano, non sanno niente dei nostri veri problemi, abbiamo un drammatico problema di utilità dell’empatia, che si trasforma in empatia inutile. Vengono eletti gli amici, i cumparielli, i colleghi con cui si prende il caffè in udienza, ma non si ricerca il merito, la competenza, la produzione intellettuale e politica. Con queste premesse come possiamo pensare di riuscire? Come possiamo pensare di essere protagonisti dell’innovazione? Non possiamo, ovvio e non ci riusciremo. Serve cambiare, rivoluzionare, sapersi mettere profondamente in discussione, pena il nostro progressivo ed inesorabile annientamento.

 

Avv. Salvatore Lucignano

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