IL RICATTO DEL BANALE

11 aprile, 2018 | Autore : |

34 Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. 

 

 

La nostra associazione ripudia la banalità dell’agire politico. Non possiamo sottostare al ricatto degli incapaci. La scelta di esprimere una narrazione complessa della contemporaneità, pur difficile, sotto l’aspetto della raccolta del consenso, privilegia la costruzione di una soggettività politica di qualità, in grado di incidere nell’ambiente di cui ci occupiamo, portando risultati. La costruzione di una grammatica e di una sintassi della politica dovrebbe essere opera preliminare rispetto all’agire. Ciò porta a interrogarsi sul tema della complessità, sulla sua capacità di imporsi, in una società che sembra sempre più dilaniata da spinte opposte: da un lato la ricerca di un sapere sempre più specializzato, settoriale, iniziatico, dall’altra il bisogno di stabilire punti di equilibrio basati su credenze arcaiche, semplicistiche, rassicuranti.

Il banale ricatta il vero e lo costringe a fare i conti con la sua egemonia. E’ questo uno degli aspetti più involuti della società contemporanea, in cui mancano volontà e capacità per porre nuovamente al centro dell’agire politico le conoscenze, teoriche e tecniche, che potrebbero elevarlo.

https://video.repubblica.it/rubriche/racconti-di-corrado-augias/racconti-augias-e-se-la-sfida-del-futuro-fosse-la-cittadinanza-planetaria/301891/302519?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

 

Ne “Il tempo della complessità” di Mauro Ceruti, libro illustrato brevemente da Corrado Augias, con una presentazione disponibile al link indicato in alto, si fa riferimento alla cittadinanza planetaria. Una sfida di complessa semplicità, che porrebbe tutti gli umani sullo stesso piano, per quanto attiene ai diritti. Il paradosso non è provocatorio e la scelta di appoggiarsi a Ceruti non vuole agire per iperboli. Sempre più spesso la complessità appare espressione di un livello di pensiero separato dalla banalità, con tutte le conseguenze del caso, che sono davvero devastanti, sul piano sociale, quando toccano la sfera dei diritti. NAD nei giorni scorsi ha parlato di complessità e di complicazione, stabilendo un discrimine quanto mai utile per discernere ciò che appare auspicabile, da una delle peggiori manifestazioni della banalità che mira all’egemonia politica, ovvero la complicazione istituzionale.

Ritornando ai principi logici che dovrebbero guidare l’azione politica moralmente apprezzabile, non possiamo non ritornare ad una nuova declinazione della semplicità, che sfugga al male della banalità. Riflettendo su queste componenti dell’agire politico otteniamo delle coppie interessanti:

complessità – complicazione

semplicità – banalità. 

La matrice derivante da questa mappa logica è il centro di un ripensamento complessivo dell’agire politico moralmente orientato, che ponga l’etica pubblica in cima ai suoi obiettivi. Ragionando a contrario infatti, questa matrice ha il pregio di impedire il suo pieno sviluppo:

complessità – banalità 

complicazione – semplicità. 

Non si riesce ad immaginare una complessità banale, né una complicazione semplice, e questo deve aiutarci a capire che la semplicità può far rima con la complessità e che la complicazione è sempre espressione della banalità:

complessità – semplicità

complicazione – banalità. 

La matrice di partenza genera dunque due successive associazioni concettuali, una inversa ed una grossomodo sintetica, giungendo ad opporsi alla banalità ed alla complicazione, rivendicando la possibilità di un agire e di un pensiero complesso, nella sua semplicità, qualora a guidarlo ci l’etica pubblica. Si tratta indubbiamente di analisi inusuali nel panorama politico forense italiano, ma ciò non può che rimandare al punto di partenza di questo ragionamento: la politica contemporanea si sta facendo ricattare dalla banalità e grazie all’uso della complicazione ed alla distorsione della semplicità, difende meccanismi di selezione inversa che portano la mediocrità ad imporsi sulle capacità.  

Qualcuno può obiettare che il fenomeno non è affatto nuovo, che sempre la storia dell’umanità ha mostrato avanguardie ed elites distanti dalla massa. E’ così e non si può negare. Richard Paul Feynman diceva che non viviamo in un’era scientifica, ed in un certo senso aveva pienamente ragione. Dick, il mio adorato Dick. Il punto è che il progresso, come sommatoria, stratificazione di pensieri che scartano quelli improduttivi, dovrebbe tendere verso un’evoluzione eticamente positiva. Diversamente è il termine stesso a risentirne, potendo essere utilizzato solo in modo approssimativo. Se dunque le scienze sociali e la politica tra tutte, sfruttassero l’esperienza e il sapere tramandatoci dai grandi pensatori che nei secoli ci hanno indirizzato, non vi è dubbio che l’evoluzione della pratica politica ne trarrebbe enorme giovamento. Diversamente, se le basi del pensiero politico vengono affidate allo zero, se l’imperizia, la banalità, l’incompetenza, assumono valore e guidano i processi politici in atto, il danno che si provoca è molto maggiore di quel che a prima vista si potrebbe immaginare.

 

 

La dittatura della banalità, nell’era della complessità, non può essere ignorata. La stessa diffusione di una nuova concezione del populismo, legata alla banalizzazione della complessità, impone alla buona politica di ristabilire le distanze tra mediocrità, banalità, e consapevolezza della complessità. Il recupero del valore della complessità è uno dei compiti primari di una buona politica e necessita inevitabilmente di scontrarsi con il consenso, di concepire il proprio ruolo in chiave didattica, rinunciando magari ad esercitare l’egemonia diretta sul reale, ma provando a costruire un’influenza, magari indiretta, che abbia effetti progressivi e positivi.

La battaglia contro la banalità e la semplificazione della realtà è dunque importantissima per chi voglia fare politica. NAD ne è consapevole e ragiona di se stessa e del suo rapporto con la banalità in termini assai rigorosi, incurante di pagare un prezzo, per quanto attiene alla sua popolarità.

 

 

La lotta alla banalizzazione, al suo ricatto, alla semplicistica accettazione di presunte verità comode, non può non portare ad una polarizzazione del consenso. Ciò che ambisce ad essere generalmente amato è quasi sempre neutro, sotto il profilo politico. La buona politica difficilmente evita il problema della scelta, della partigianeria, della selezione e ciò è intrinsecamente contrario alla fenomenologia dell’unanimismo.

NAD si scontra quotidianamente con questo aspetto dell’avvocatura italiana. Un racconto truffaldino dei processi di selezione della rappresentanza politica porta a santificare coloro che si dicono amici di tutti, che dichiarano di rifiutare lo scontro, che si spacciano come sintesi ecumenica di tutto e del suo contrario.

NAD disprezza questi individui, li mette alla gogna, ne denuncia la morale abietta, ricavandone in cambio un odio viscerale. Non ci interessa. Quando disprezziamo ed esecriamo gli ecumenici sappiamo che stiamo facendo buona politica. Quando isoliamo i portatori insani di buoni sentimenti, siamo certi che stiamo operando una selezione basata sulla verità, sulla lealtà e sull’onestà dell’agire politico che intendiamo portare avanti.

Non intendiamo cedere al ricatto della banalità, ma vogliamo proseguire nel nostro cammino, per incidere sulla realtà, grazie a scelte nette, che si rapportino alla fatica del cambiamento con il rispetto della complessità del reale. NAD si cala nei compromessi dell’esistente con maturità, perché ciò che vogliamo è essere ricordati per la serietà del nostro impegno, per la capacità di aver mutato le cose. Non ci interessa l’oggi, il contingente, il chiacchiericcio dei mediocri e dei banali. Andremo avanti, decisi, perché non abbiamo alternative.

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

 

 

 

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