AVVOCATURA DE TRAVERTINO… RIFATTA DE CARTONE…

10 Aprile, 2017 | Autore : |

C’è qualcosa di mostruoso, di profondamente respingente nell’atteggiamento con cui gli istituzionalizzati che comandano l’avvocatura italiana si rapportano alla categoria. La legge professionale forense ha consentito a ristrette cerchie di anziani e retrogradi avvocati di comandare a proprio piacimento all’interno della classe forense. Nel giro di cinque anni dall’approvazione di questa legge sono venuti via via meno tutti i contraltari al potere assoluto delle istituzioni. Prima si è proceduto con gli abusi, economici e regolamentari, incuranti delle pronunce della giustizia amministrativa e civile. Poi, non contenti di aver occupato militarmente ogni aspetto del potere, i padrini dell’avvocatura hanno liquidato il Congresso Nazionale Forense e l’Organismo Unitario dell’Avvocatura, sostituendo ad esso un coordinamento dei Consigli dell’Ordine circondariali.

L’aspetto più preoccupante di questa deriva autoritaria consiste nella quasi totale indifferenza della categoria. E’ davvero inquietante, o forse è un segno dei tempi, che proprio gli avvocati, che dovrebbero difendere i valori del pluralismo, della democrazia, della divisione dei poteri e dei ruoli, del rispetto delle regole, facciano oggi spallucce di fronte al regime autoritario che l’istituzionalizzazione forense ha creato in Italia. Un regime in cui le istituzioni forensi, corrotte ed autoreferenziali, accampano potere di vita e di morte sugli avvocati liberi, imponendo vessazioni, rubando i loro denari per ogni tipo di impresa, sia esso il giornale di turno, fedele al politico sodale, o l’assistenzialismo magniloquente del cosiddetto “welfare attivo”. Non importa che i soldi usati per rafforzare il potere autoritario dell’istituzionalizzazione appartengano agli avvocati: i meccanismi del potere di regime non sentono ragioni, eludono il dissenso, ignorano lo sdegno che si leva da una base mortificata e sofferente, reagendo alle legittime rimostranze di decine di migliaia di avvocati con il ritornello che va di moda tra i potenti contemporanei, quello che bolla come “populiste”, le istanze tese a contrastare gli abusi del potere legalizzato ed istituzionalizzato.

Ebbene si, “populista”. Diventa populismo la ribellione contro i milioni di euro che il regime si attribuisce, in forma di indennità, prebende, regalie e gettoni di presenza, diventa populismo la pretesa che le risorse degli avvocati debbano essere destinate alla tutela dei più deboli e che i vincoli e le vessazioni ideate dalla cupola istiuzionalizzata per sfoltire gli albi vengano cancellati dall’ordinamento. Ugualmente populista è la pretesa di svolgere la professione forense in modo libero e liberale, mentre l’idea di avere avvocati eletti nelle istituzioni con regolamenti legittimi, che garantiscano pluralismo e libero confronto democratico tra potere e base è più che populista, è folle.

La guerra in atto tra avvocati liberi e istituzionalizzazione parte da un dato di fatto: la categoria degli avvocati italiani ha sfornato in questi anni dei soggetti che hanno visioni e formazione totalmente incompatibili tra di loro. Soprattutto i valori sono al centro di una enorme opera di mistificazione, che rappresenta appieno l’impossibilità, per moltissimi avvocati, di convivere con i precetti autoritari del regime.

La situazione è talmente degenerata da vedere ormai una frattura non più ricomponibile: chi sceglie di combattere per la libertà e la democrazia viene bollato dal regime come populista e sovversivo, lo si accompagna verso l’espulsione dal sistema con ogni mezzo, gli si nega ogni diritto ad un confronto paritario con il potere. Di contro, i pochissimi avvocati che hanno il coraggio di combattere contro il mostro istituzionalizzato, non possono riconoscerlo come un interlocutore credibile. La spaccatura totale della categoria è così servita su un piatto d’argento a chi gode dell’irrilevanza politica degli avvocati italiani.

Il potere politico, negli ultimi anni, è passato da un atteggiamento di totale indifferenza verso un tale grumo di marciume, ad una larvata volontà di blandire il regime dell’istituzionalizzazione, inaugurata dalla politica dell’attuale Ministro della Giustizia, il Sig. Andrea Orlando. Abbiamo così assistito ed ancora assistiamo, alle parate di facciata in stile Mussoliniano, quelle in cui

 

“…Un’avvocatura de travertino

rifatta de cartone

saluta con l’inchino

il suo perfido padrone…”

Non appaia fuori luogo la rivisitazione in salsa forense del grande Trilussa. C’è molto in comune tra l’attuale padrone dell’avvocatura italiana, il piccolo friulano autoritario Andrea Mascherin, ed il dittatore che segnò il ventennio fascista del nostro paese. In entrambi domina un racconto della realtà del tutto estraneo alla verità. In un momento storico in cui l’avvocatura italiana è prossima alla dissoluzione, con un sistema ordinistico che ha fallito tutti i suoi obiettivi, una categoria massificata, squalificata, affamata e priva di qualsiasi pregio politico, il racconto delle mirabolanti avventure del sistema istituzionale forense, operato dalla propaganda di regime, non suona dissimile dai cinegiornali che, ormai quasi un secolo fa, decantavano le gesta immortali del Duce, fondatore dell’Impero.

 

Tutto ciò getta una luce sinistra sulle prospettive a cui l’avvocatura italiana può aspirare nei prossimi anni. Solo con enorme fatica gli avvocati democratici e liberi potranno aspirare a cambiare il corso di questa degenerazione affaristica ed autoritaria. Sarà una guerra aspra, sporca, che lascerà macerie, peggiori di quelle già visibili, ma l’alternativa al combatterla sarebbe quella di abiurare ai principi della libertà e dell’indipendenza, per sottomettersi, come schiere di aedi e ci ciambellani, agli attuali padrini della cupola. Si tratta di una alternativa impossibile per chi è nato libero e non sa essere schiavo del potere. Per questo Nuova Avvocatura Democratica andrà avanti nella sua battaglia. Non sarà la propaganda a fermarci. Non siamo disposti a lasciarci scoraggiare dall’atteggiamento impassibile che il regime ostenta di fronte alle nostre manifestazioni. Andremo avanti, perché non abbiamo alternative.

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