AVVOCATI 2018: MANCANO INTERVENTI SERI PER LE FASCE DEBOLI.

2 agosto, 2018 | Autore : |

 

Proseguendo i ragionamenti possibili che derivano da una più approfondita analisi del rapporto CENSIS 2018, pubblicato dalla Cassa Forense sul proprio sito, non si fa fatica a comprendere come le analisi e soluzioni proposte da NAD all’avvocatura italiana siano di gran lunga più serie ed efficaci rispetto al welfare c-attivo, alle mance generalizzate e alla ricerca di presunti percorsi di rigenerazione a saldo zero del modello operativo dell’avvocatura massificata. Persino i termini, le riflessioni generali, i ragionamenti, le analisi e le proposte che provengono dal mondo istituzionale forense denunciano immediatamente ignoranza e pressappochismo.

 

Qualcuno, anzi… più di qualcuno, sogghignava leggendo lo statuto NAD, che parla ESPRESSAMENTE di una condizione di minorità delle donne e dei giovani avvocati. Ancora una volta… mi sono stancato di dire che avevamo ragione e i dati lo confermano. Ecco cosa dice il nostro statuto in merito alle donne e ai giovani, con buona pace dei tromboni che dicono che la questione femminile e giovanile nell’avvocatura italiana… NON ESISTE:

 

 

2.3. Nel riconoscimento che la condizione dell’avvocatura italiana vive una discriminazione di fatto, sul piano morale, politico ed economico, delle donne e dei giovani avvocati, battersi perché l’assetto normativo ed istituzionale dell’avvocatura rimuova le condizioni che consentono tale inaccettabile situazione, promuovendo il sostegno delle donne e dei giovani avvocati, come scopo primario dell’associazione.

 

 

L’avvocatura italiana vive una spaventosa crisi, che è strutturale ed allo stesso tempo prospettica. Non solo i redditi degli avvocati italiani, senza misure drastiche ed immediate, sono destinati inesorabilmente a calare ancora negli anni che ci attendono, ma il sistema istituzionale continua ad ignorare le vere e grandi questioni aperte all’interno della nostra professione, parlando d’altro, facendo altro, mancando di capacità di governo della categoria.

 

Il Padrino dell’avvocatura nostrana, il Presidente del CNF Andrea Mascherin, continua imperterrito sulla strada di un suo ruolo politico, incurante di essere il rappresentante di una parte dell’avvocatura, ma di non avere alcuna legittimazione normativa e rappresentativa. Il sistema ordinistico continua, in modo ottuso, a coltivare il proprio strapotere interno alla categoria, senza provare in alcun modo a riformarsi, ed ignorando le enormi problematiche che l’assenza di una rappresentanza decente, plurale, democratica, scarica sulla professione forense.

 

 

In questa ottica appare assai istruttiva la riproposizione della missiva che ho riproposto. Il Presidente Mascherin che finge di agire su mandato degli Ordini, esercitando per l’ennesima volta un ruolo di ingerenza politica sul Parlamento italiano, allo scopo di ottenere un sistema elettorale “a tre terzi”. Una follia, per un uomo di legge, anche tenendo conto delle osservazioni contenute nelle sentenze che riguardavano la vicenda elettorale nei nostri Consigli, ma un elemento perfettamente spiegabile, se si tiene conto di cosa sono stati gli Ordini forensi in questi anni, ovvero un gigantesco amplificatore di mediocrità, servilismo e conformismo, capace di selezionare una classe di rappresentanti il più delle volte pavidi, inadeguati ed ininfluenti, buoni solo a fare turismo politico. L’estremo tentativo di perorare un sistema elettorale ancora più totalitario ed illegittimo di quello ottenuto con la legge Falanga, l’interlocuzione diretta con il Parlamento, sono solo alcuni degli elementi che avrebbero finalmente potuto far cadere la maschera, ma tutto ciò non è avvenuto. Le denunce contro l’inadeguatezza del nostro sistema istituzionale restano isolate, le voci dissonanti raramente godono di consensi e l’avvocatura resta complice, disinteressata, salvo lamentarsi della crisi e dei problemi.

 

 

 

Con un quadro istituzionale così deteriorato non può certo destare sorpresa che la condizione della professione forense continui a peggiorare. Le grandi questioni necessiterebbero di un governo di categoria forte e rappresentativo, capace di dialogare autorevolmente con la politica, ma questo, nell’attuale sistema, bulimico, ridondante, pieno zeppo di soggetti che si parlano addosso, come mosche in un barattolo, non può accadere. E’ semplicemente impossibile che il nostro assetto rappresentativo funzioni e dunque non è serio constatare che esso effettivamente non funziona. E’ così e non potrebbe non essere così.

Il rapporto CENSIS 2018 indica chiaramente una serie di problemi prioritari, che – guarda caso – coincidono, anzi quasi si sovrappongono, a quelli che NAD ha denunciato ed indicato con maggiore insistenza, nel corso della sua giovane vita associativa. Sembra quasi che chi ha stilato le conclusioni del rapporto sia un nostro iscritto, anche se possiamo rassicurare i colleghi: non è così.

Se si provano a leggere queste conclusioni, riportate ed espresse in vari passi del rapporto, non resta molto spazio all’immaginazione, o a sterili divagazioni. Provo a riportare uno stralcio, in modo da far comprendere  a noi tutti quanto siano chiari i problemi e quanto sia ancora più assurdo, proprio per la chiarezza dei problemi, che il sistema istituzionale forense non abbia proposto alcuna soluzione valida, nel corso degli ultimi 20 anni.

 

Il quadro che emerge può essere sinteticamente riassunto nei seguenti punti:

 una dinamica ormai ventennale di riduzione costante dei tassi di crescita e dei nuovi ingressi nella professione;

 la progressiva femminilizzazione con una forte e costante crescita della proporzione di donne nel complesso degli avvocati iscritti agli albi e alla Cassa Forense;

 la forte componente di professionisti localizzati nelle regioni meridionali e la notevole diversità d’incidenza di avvocati rispetto al numero di residenti tra le regioni del Nord e del Sud Italia;

 la progressiva perdita del potere d’acquisto dei redditi, il “raffreddamento” delle dinamiche di crescita e lo stretto legame delle stesse rispetto agli andamenti del ciclo economico;

le forti differenze e disparità di reddito su base geografica che disegnano un’Italia divisa nettamente in due;

 il notevole gap di genere con un differenziale negativo del reddito delle donne rispetto agli uomini vicino al 60%;

 le difficoltà per i giovani professionisti di conseguire in tempi brevi livelli di reddito che garantiscano autonomia economica e prospettive di consolidamento.

 

Ecco, basterebbe leggere questo per capire che NAD ha indicato i problemi prima ancora che le indagini sulla nostra categoria li confermassero come tali. La questione dell’avvocatura italiana contemporanea può riassumersi in una professione in cui i giovani, le donne e gli avvocati del Sud Italia fanno letteralmente la fame, anche a causa di una massificazione che non è più sostenibile. 

Come ha risposto il sistema istituzionale a questo bisogno di tutela e sostegno delle fasce più deboli della nostra categoria? Semplice, attraverso l’utilizzo di mance, premi, premietti, borse e borselli, immaginando un equo compenso per alcuni, quasi sempre i più ricchi, che operano al nord del paese. E i giovani? Le donne? I colleghi che soffrono la crisi nel sud Italia? Non pervenuti, così come risultano non pervenute le nostre rappresentanze, incapaci di portare la crisi di questi settori dell’avvocatura nelle stanze dei bottoni romane.

 

 

Le questioni legate alla massificazione della professione sono state affrontate con una pietosa scure: l’esame di ammissione alla professione mediante l’uso di codici non commentati. Una soluzione criminale e bestiale, indecente, che solo il sistema ordinistico italiano poteva pensare di proporre.

La crisi economica viene trattata come un raffreddore di stagione, lasciando che “il mercato”, entità che ancora si considera dotata di anima, etica e capacità di autoregolamentazione socialmente efficiente, faccia il suo corso, operando come i monatti che al tempo della peste bruciavano migliaia di corpi.

Le donne, bistrattate, sfruttate, destinate ad un ruolo di minorità operativa e reddituale, vengono blandite con le riserve, i comitati pari opportunità, i ruoli ghettizzati, che non consentono nemmeno a loro stesse di prendere coscienza della propria penosa condizione.

I giovani, semplicemente, non esistono.

 

Potrei continuare, ma credo che per questa ennesima puntata della nostra odissea nello strazio forense possa bastare. Per ora.

 

Avv. Salvatore Lucignano

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