A CATANIA 2018 LA CRISI DELL’AVVOCATURA SARA’ SNOBBATA

26 aprile, 2018 | Autore : |

 

Il nostro sito internet fino ad oggi è stato un grande archivio di pensiero politico. Abbiamo trattato molti temi, pubblicato centinaia di articoli, affrontato aspetti importanti della vita politica dell’avvocatura italiana.

Il vero problema che un’associazione come NAD pone all’esterno si ripercuote anche in un contesto interno. L’avvocato non vuole fare politica, non vuole risolvere problemi, perché ha un altro problema, più pressante: io. L’avvocato deve apparire, se è d’accordo con il 99% delle cose che dici sente comunque l’irrefrenabile bisogno di prendere la parola per esaltare l’1% su cui dissente. Guai a mostrargli quel 99%… resterà sempre l’1% ad inficiare tutto.

Questo nanismo, che in altri miei articoli ho battezzato o-nanismo, a testimonianza della dimensione irrilevante ed onanistica dell’atteggiamento di cui si parla, distrugge la possibilità di creazione di un movimento nazionale e radicale, capace di costruire un’alternativa politica alla Cosa Nostra Forense, al sistema ordinistico, infiltrato ormai come una piovra in tutti i gangli vitali della professione forense.

Eppure i numeri ci sarebbero già. Abbiamo già sensibilizzato un migliaio di avvocati, in tutta Italia, che contestano duramente la politica del sistema ordinistico forense. Per numero e per rappresentazione territoriale la forza di creare un partito che si opponga sul serio a questa Cupola esiste. Perché non la si mette in campo in modo proficuo? Semplice: ignoranza e boria. Da un lato una visione campanilistica e dilettante della politica forense, che consiglia agli oppositori del regime di provare a integrarsi, a farsi cooptare, o al massimo a sostituirsi, agli esponenti del regime, all’interno dei Consigli dell’Ordine circondariali. Una scelta miope, stupida, immatura, perché l’assorbimento nel flipper, l’adeguamento ai suoi tempi, ai suoi modi di agire e rappresentare la vicenda politico forense, rende impossibile la plastica visualizzazione della necessaria alternativa.

Dall’altro, la presunzione di chi non è capace di stare in un rapporto di collaborazione e di dialettica con avvocati distanti dal proprio circondario, preferendo essere il capo di piccole realtà locali, piuttosto che uno dei capi di una grande forza nazionale. E’ uno dei limiti culturali e politici più grandi dell’avvocatura italiana, una visione limitata e limitante, un restare rinchiusi in questioni locali e piccole, che non consente di aggregare grandi numeri e forze plurali attorno a battaglie davvero importanti.

 

Tra gli avvocati la politica non va di moda, lo abbiamo detto e scritto, eppure è lo studio delle nostre istituzioni e della nostra economia professionale, che consente di maturare la consapevolezza per poter affrontare la crisi e proporre soluzioni. Denigrare chi dedica tempo, impegno, passione, allo studio dei problemi dell’avvocatura, escluderlo dal novero degli avvocati, è quanto di più infantile, becero e stupido si possa fare a noi stessi. Al contrario, dovremmo pretendere che l’avvocato conosca le sue istituzioni di governo, si interessi dell’Ordinamento Forense, viva la partecipazione alla politica forense come una parte necessaria della propria qualificazione professionale.
 
NAD ci sta provando. Cerchiamo di fare informazione e formazione politica, attirando i colleghi in una dimensione di impegno e militanza che affianchi la normale attività professionale, senza che le due cose vadano in contrasto. Siamo avvocati e vogliamo occuparci della nostra professione. Tutto questo dovrebbe essere la cosa più normale del mondo, ma appare quasi un’eresia, in una categoria che esalta il menefreghismo, l’individualismo e l’ignoranza e guarda quasi con disprezzo chi prova ad offrire una visione e soluzioni ai problemi della classe.
 
Dobbiamo dunque ripartire da qui: dalla cultura politica. Dobbiamo mettere al centro del nostro agire i veri problemi della professione, che hanno portato ad una crisi operativa e reddituale destinata a diventare ancora più grave nei prossimi anni. Le soluzioni indicate da chi comanda sono state fallimentari. L’autoritarismo che ha escluso i più deboli dal dibattito politico forense ha condotto a politiche miopi e di corto respiro. L’eliminazione degli avvocati in difficoltà è ormai l’unico scopo riconosciuto alla legge professionale forense 247/2012. Non ce ne sono altri. Manca del tutto una politica che ci accompagni verso una transizione “morbida”, manca la consapevolezza che occorre superare l’avvocatura di massa e riqualificare, rafforzare, riconvertire, coniugando benessere ed efficienza.
NAD sta lavorando per mettere al centro della discussione il superamento dell’avvocatura di massa e la trasformazione del ruolo dell’avvocato, che non può più proliferare nel numero, insinuandosi nelle inefficienze del sistema giustizia, ma deve diventare un operatore di soddisfazione, che genera efficienza e tutela concreta degli interessi, oltre che dei diritti. Tutto l’ordinamento giudiziario va radicalmente ripensato, adeguato alla contemporaneità, reso veloce, efficace. Il diritto deve tornare ad occuparsi di cose davvero importanti, dotandosi degli strumenti per poter incidere nella società italiana. Questo processo parallelo, di riqualificazione e rafforzamento dell’avvocatura e della giustizia, dovrebbe vedere le istituzioni forensi in prima linea, ma così non è.
Ci si preoccupa di formazione fittizia, erogata in modo clientelare e sciatto. Si vessano gli avvocati in crisi con una serie di balzelli inutili ed irrazionali e si tentano di imporre modelli di organizzazione del lavoro che non tengono conto delle difficoltà, né delle realtà compromissorie con cui i colleghi fanno i conti in vaste zone del paese. Non si affronta con coraggio la questione dell’eccedenza di avvocati, non si vuole porre un freno immediato ai nuovi accessi, né si propongono politiche che favoriscano l’uscita dal mercato degli avvocati anziani, allo scopo di offrire nuove opportunità a quelli più giovani e con meno lavoro.
NAD sta lottando con tutte le sue forze per porre questi temi al centro del dibattito politico. I problemi dell’avvocatura sono questi. Soprattutto al sud, in particolari distretti giudiziari, le difese ai non abbienti sono diventate per molti l’unico modo di sopravvivere. La penuria di denaro, la scarsità di clienti, unita ai ritardi nei pagamenti da parte dello Stato, stanno letteralmente facendo impazzire decine di migliaia di avvocati, costretti a lavorare senza guadagnare. Un paradosso indecoroso, che rende vano ogni richiamo alla dignità di una professione perduta, che non mette più i propri appartenenti in condizione di conservare una condizione economica che si concili con il ruolo che l’avvocato continua a rivendicare nella società.
Occorre parlare della crisi, metterla al centro del dibattito, proporre immediatamente soluzioni, che NAD ha indicato. Operare una vasta operazione di assistenza fiscale e contributiva per i più deboli, aumentare le competenze degli avvocati, facendoli diventare mediatori, giudici, dandogli potere di asseverare atti e di metterli in esecuzione. C’è bisogno di coraggio, di proposte che si rendano conto della situazione ed agiscano con logiche emergenziali.
Purtroppo questi temi non sono sentiti dalle istituzioni forensi, che continuano a parlare d’altro, aumentando a dismisura la distanza ed il disinteresse dei colleghi per la politica forense.
La risposta alla crisi è lo sviluppo, non l’assistenzialismo. Gli avvocati italiani non hanno bisogno di elemosine, ma di una classe dirigente seria, che metta al centro del tavolo i problemi reali degli avvocati e offra un disegno di crescita. Di assistenzialismo si può anche morire, ma di sviluppo no. NAD vuole questo: vogliamo sviluppo e non assistenzialismo. Vogliamo prosperare da soli, non sopravvivere per mezzo della carità delle istituzioni forensi.
NAD continuerà a lavorare, a proporre e a denunciare. Siamo avvocati, crediamo nella buona politica e non ci lasceremo intimidire da nessuno.
Avv. Salvatore Lucignano

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