COSI’ E’, SE VI PARE, PERCHE’ COSI’ VI PIACE.

17 agosto, 2018 | Autore : |
C’è un fondo di violenza inaccettabile nell’idea di instillare nelle menti degli altri il giusto. C’è un doveroso rispetto della propria mente, nel non accettare che ciò che si ritiene palesemente ingiusto, volgare, dannoso, possa valere come giusto e nobile. Tra i paradossi dell’uguaglianza c’è l’alibi dell’alterità e della soggettività della verità e della giustizia. Se gli elettori vogliono questo, vuol dire che è giusto. Se gli elettori vogliono questo schifo, questo schifo è giusto.
 
Se io scelgo di non aderire alla visione degli elettori, sono dunque giusto o ingiusto? Dove termina il dovere di rispettare l’altro, dove comincia il diritto a rispettare se stessi? Possono apparire domande banali e oziose, ma non lo sono, non per me almeno.
 
L’avvocatura italiana sta morendo e lo sta facendo da anni, in un tempo dilatato, che rende il funerale quasi la normalità. Siamo morti di fame, di schiavitù, di ignoranza, bulimia, corruzione istituzionale, ignavia dei più, invidia ed egoismi assortiti. Tutto questo però non si può dire, perché parrebbe che è esattamente ciò che gli avvocati italiani vogliono. Pare che tutto questo lo votino e poco importa che i nostri sistemi elettorali favoriscano in modo spudorato l’esistente, a discapito del possibile. Poco importa che il potere parta in vantaggio, sempre e comunque, ma più ancora tra gli avvocati italiani, nella eterna gara tra ragione e realtà. Dirlo non conviene, così come non ha senso denunciare che questo magnifico mondo istituzionale forense, tanto possente negli appuntamenti a base di sistemi elettorali totalitari, di risultati magnifici ne ha prodotti davvero pochi. 
C’è una dimensione della politica che deve prendere atto dell’impossibilità della ragione. La violenta contrapposizione ad una realtà che spiace, quando è figlia della volontà dei molti, non può giungere fino alle estreme conseguenze. Quando ciò avviene si rischiano due effetti probabilmente inaccettabili: l’annullamento di se stessi, ovvero il tentativo di distruzione dell’altro, del sistema, con mezzi non sorretti dal consenso dei molti. Entrambi gli approdi appaiono oggi antistorici, già sperimentati, non in grado di offrire risposte al bisogno ideale di giustizia, razionalità, efficienza, che dovrebbe animare lo sforzo politico di un individuo in buona fede.
Esiste dunque una terza via, che comprende l’osservazione dell’esistente, la testimonianza che rinuncia ad imporsi, l’attesa che gli esiti del reale facciano pienamente luce sul suo valore. In fondo non si può pensare di costruire un sistema politico che prescinda da ciò che vogliono gli uomini, per legare ciò che è al volere di pochi uomini. Anche questo è stato già sperimentato, con effetti devastanti sulla libertà di tutti e di ciascuno. L’umanità non può vivere sotto tutela, ha il diritto di andare dove vuole e se pure questo andare a volte appare irragionevole a chi ritiene di poterlo dimostrare con argomentazioni migliori di quelle utilizzate dai molti, alla fine sono sempre i molti a scegliere e a decidere.
Qualcuno ha detto che la religione è la scienza della fede. Qualcuno accusa anche la scienza di essere una fede, riportando il sapere al rango di opinione. Sembra che “opinabile” sia diventato il concetto che va più di moda tra i cittadini dei nostri tempi, accusati di parlare di tutto dalle stesse persone che li accusano di non interessarsi di nulla. In un contesto così difficile per le scelte, in un luogo tanto impervio per l’agire morale, la ricerca del giusto diventa complessa, soprattutto se a decidere ciò che è giusto, secondo i parametri del reale, è quello che va considerato migliore, in ragione della sua mera esistenza.
Il paradosso è tutto qui. Oramai tutto è diventato oggetto di infinite indagini al microscopio, ogni cosa sembra labile, meno quelle che riescono a nascondersi al giudizio. La smania di esposizione è divenuta consumismo dell’opinione e nulla viene risparmiato da questo benaltrismo imperante, dal pressappochismo e dalla faciloneria di chi fa del proprio punto di vista soggettivo, di volta in volta, l’elemento legiferante del giusto.
Vecchie rimembranze mi suggeriscono che tra l’essere e l’avere occorrerebbe in primo luogo pensare all’essere, ma oggi pare che l’unico modo di essere sia avere, anche l’essere, che non è affatto legato ai valori che fino a qualche decennio fa separavano nettamente le due sfere concettuali. La socialità, il benessere e il vantaggio dell’avere l’essere, sono diventati architravi di qualsiasi esposizione. Lo dice bene Fabri Fibra, quando canta “Fenomeno”, e raccomanda a se stesso di non andare in televisione, per non diventare “commerciale”, ma ricorda ai suoi detrattori che qui nessuno diventa autonomo, senza fare un pò il fenomeno.
La fenomenologia è sempre quella: tutti vogliono un fenomeno, ma se poi diventi un fenomeno, vieni attaccato perché sei fenomeno.

L’avvocatura italiana che fa politica non esprime personalità di particolare peso o rilievo nello scenario nazionale. Il potere di alcuni legittima e giustifica se stesso, ma allo stesso tempo quei meccanismi che tengono in piedi i nostri fenomeni non hanno nulla di valido a livello collettivo, generale, riuscendo però ad intercettare benissimo il particolare che gli consente di continuare a comandare.
Piaccia o non piaccia l’avvocatura italiana è questo: ciò che sembra dispiacere a molti in realtà viene votato da quelli che bastano a lasciarlo in piedi. Pertanto, senza girarci intorno, così è, se vi pare, perché così vi piace.
« Eh caro! chi è il pazzo di noi due? Eh lo so: io dico TU! e tu col dito indichi me. Va là che, a tu per tu, ci conosciamo bene noi due. Il guaio è che, come ti vedo io, gli altri non ti vedono… Tu per gli altri diventi un fantasma! Eppure, vedi questi pazzi? senza badare al fantasma che portano con sé, in se stessi, vanno correndo, pieni di curiosità, dietro il fantasma altrui! e credono che sia una cosa diversa. »
Luigi Pirandello – Così è (se vi pare)
Avv. Salvatore Lucignano

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