AI: ALGORITMI E FUNZIONE SOCIALE DEL PREZZO. L’ASFISSIA DEL MERCATO SMATERIALIZZATO.

4 agosto, 2018 | Autore : |

I rischi enormi contenuti nella digitalizzazione e smaterializzazione dell’economia sono sempre più evidenti. In passato mi sono già occupato del prezzo, come elemento socialmente utile ed ineliminabile, in un’economia di massa, che veda nel lavoro la fonte di reddito capace di fornire inclusione sociale agli individui. Quando ho argomentato sulla necessità di rivedere dalle fondamenta il concetto di “libera concorrenza” e di “libero mercato” che sembra dominare gli atteggiamenti e le normative europee, ho cercato di far comprendere che se per “azione regolatrice del mercato” dobbiamo intendere quei meccanismi di azzeramento del margine di profitto di interi mercati, allora vuol dire che siamo o molto miopi o masochisti.

 

Il mercato non è affatto un regolatore eticamente sensibile. L’avvocatura italiana è vittima di questo falso mito, per colpa della sua corposa ignoranza, non meno di quanto lo siano la società e la politica italiane, in generale. Nel considerare il mercato quasi come un’entità provvista di anima, di intelligenza, di sviluppi e direzioni eticamente auspicabili, non si fa altro che compiere una grossolana approssimazione. Una delle frasi che ormai gli avvocati italiani in crisi si sentono più spesso ripetere è: “la selezione la fa il mercato”. Con questo ritornello l’avvocato moribondo viene posto dal suo interlocutore in una condizione di minorità morale: gli si fa credere che se “il mercato” lo farà fuori è perché egli non vale.  Per un certo periodo della mia vita e della mia attività politico forense sono stato anche io incline a prestare attenzione e fede a questa impostazione, ma gli studi e le riflessioni che sto portando avanti negli ultimi mesi, uniti agli sviluppi sempre più drammatici della crisi reddituale interna all’avvocatura e, più ancora, della crisi di valore del lavoro, mi hanno progressivamente allontanato da tesi ed impostazioni che ho sposato in precedenza, facendomi avvicinare sempre più ad una diversa concezione dei fenomeni economici che stanno connotando la nostra difficile contemporaneità.

 

Per quanto anche in passato io abbia sempre distinto l’atteggiamento individuale da quello politico generale, non confondendo la risposta personale all’incapacità di stare sul mercato con le doverose azioni della politica, oggi vedo con chiarezza che le spinte che fanno i prezzi, le concentrazioni di valore nei colossi del capitale e dell’automazione, i fattori di asimmetria originaria che non consentono al lavoratore e all’individuo di trarre il giusto reddito dalla sua interazione socioeconomica, necessitano di un approccio totalmente diverso, opposto e contrastante con il falso mito del mercato.

Questo mio approdo, manifestato già in molti articoli che ho pubblicato nel nostro sito, si va ancor più fortificando sulla base degli studi che sto conducendo nelle ultime settimane, in cui sto analizzando la funzione anticoncorrenziale delle innovazioni tecnologiche che stanno orientando l’economia basata sul capitale cognitivo. La capacità dell’automazione e della digitalizzazione dei processi di approccio al mercato di inibire la competizione, sia dalla parte dei produttori o fornitori di beni e servizi, sia dal lato dei consumatori, non discende più da una maggiorazione dei prezzi dei beni, ma al contrario, sta diventando sempre più una conseguenza dell’abbassamento del prezzo, spesso operato con una potenza capace di devastare interi settori operativi con estrema rapidità.

 

Quando mi sono occupato di questo fenomeno e delle sue ricadute all’interno della professione forense italiana, ho sottolineato come i meccanismi di abbassamento del prezzo, lungi dal rispondere ad una logica eticamente sostenibile del mercato delle prestazioni legali, stiano di fatto amplificando le distorsioni di mercato legate all’iniqua allocazione delle risorse. Il fallimento delle nostre istituzioni, del nostro “Ordine”, consiste proprio in questo: l’incapacità di essere elemento di contrasto al verificarsi delle dinamiche più devastanti per la corretta distribuzione dei redditi all’interno della classe, la resa incondizionata al “mercato”, come elemento in grado di ben regolare il numero degli avvocati presenti in Italia, dimostra l’inutilità totale dei nostri rappresentanti. Più volte mi sono chiesto a cosa mai debbano servire istituzioni forensi che oppongono alla crisi che falcidia giovani, donne ed avvocati di base, un semplice: “spiacenti, è il mercato che fa la sua selezione”. La risposta è stata sempre, inevitabilmente, la stessa: a niente. L’Ordine degli avvocati italiani non ha saputo trovare adeguati strumenti culturali o giuridici per contrastare il dumping interno alla categoria, lasciando credere a molti che tale fenomeno non rispondesse a logiche autodistruttive, ma potesse caratterizzarsi come un aggiustamento di mercato, un processo tendente ad un equilibrio socialmente vantaggioso. Nulla di tutto questo è vero, né può essere sostenuto.

L’Ordine degli avvocati esiste perché è Ordine. Lo Stato ritiene che la professione forense non sia soggetta unicamente agli interessi di chi la vuole svolgere, ma debba potersi svolgere secondo un Ordine. Tale Ordine è teso a garantire valori sovraordinati rispetto a quelli individuali. Impedire il dumping interno non può qualificarsi come una  restrizione della concorrenza, ma va visto come una regolamentazione della stessa, in un’ottica tesa a dare Ordine allo svolgimento di un’attività che è anche di fondamentale importanza per un settore centrale nella vita dello Stato: la giustizia.

Sembrano concetti quasi eretici, eppure nessuno si scandalizza quando uno Stato contrasta le delocalizzazioni industriali, difendendo gli interessi nazionali ed i livelli occupazionali, anche a costo di garantire un salario più alto dei lavoratori. In tal caso il mercato non riesce a coprire le sue nefandezze, o meglio, quelle di chi santifica questa entità, ignorandone gli aspetti mostruosi e degenerati.  Rimettere al centro del mercato le regole che consentano la sopravvivenza dei suoi operatori, piuttosto che la logica cannibale del massimo ribasso, è dunque una necessità ormai inderogabile. Occorre agire in fretta, prima che gli ulteriori effetti della smaterializzazione di vasti settori dell’economia, favoriscano ancora di più i meccanismi che portano il prezzo ad essere sempre più lontano da una funzione distributiva della ricchezza, finendo per divenire elemento distorto di una sua estrema concentrazione e di un impoverimento netto di tutta la società, con danni incalcolabili per le possibilità di convivenza civile delle masse.

 

 

Uno Stato serio regola e conferisce Ordine ai mercati. Il dumping non è concorrenza. Il massimo ribasso che cannibalizza gli operatori ed annulla la prestazione non è concorrenza. La concorrenza senza regole non è concorrenza, per definizione.

Chi segue NAD sa che mi sono occupato spesso di allocazione di valore. I miei impegni non mi hanno consentito di ragionare ed esprimere a fondo le tante osservazioni che potremmo fare sul doveroso ripensamento dei sistemi fiscali, che stanno mostrando tutta la loro penosa incapacità di intercettare il valore prodotto dall’economia digitale, amplificando le sperequazioni legate alla smaterializzazione dei beni. L’ingresso delle reti neurali nella determinazione dei prezzi di una vasta categoria di merci, beni e servizi, porterà in breve tempo ad un’enorme mole di problemi, che rischieranno di travolgere l’essenza stessa del prezzo, allontanandola totalmente da un suo rapporto con il valore sociale dell’economia. Tali situazioni solo apparentemente catastrofiste o afferenti a scenari ipotetici ed incerti. Se guardiamo al gonfiarsi delle bolle legate al valore trasferito nel calcio internazionale, tanto per fare un esempio, ci rendiamo conto che le valutazioni di alcuni atleti sono ormai diventate estranee a qualsiasi logica sociale, per avventurarsi in territori che non sembrano apportare nulla di buono alla collettività. Allo stesso modo il fenomeno del working poor, la sparizione del valore minimo di sussistenza legato al lavoro, fa da contraltare a questa assenza di ragionevolezza, che sembra ormai pervadere il mercato e che richiede un drastico ripensamento dei meccanismi di fissazione dei prezzi e dell’allocazione di valore.

 

Affidare i prezzi alla volontà delle macchine pensanti è un ulteriore passo verso la perdita di controllo della funzione sociale dell’economia. Le guerre di valore generate da una costante analisi dei prezzi praticati dai competitors rischiano di generare gigantesche onde di instabilità, propagate istantaneamente attraverso le reti, con conseguenze inimmaginabili sulla stabilità dei sistemi produttivi di beni e servizi.

Demandando il prezzo alla valutazione delle intelligenze artificiali e degli algoritmi capaci di autoregolarsi in continuazione, rischiamo di perdere totalmente il controllo sulle possibili logiche di cartello, sulle inibizioni della competitività e sullo schiacciamento dell’individuo. Tali fenomeni rischiano di diventare sempre più diffusi in un’economia in cui il reale ed il tangibile sia sempre meno presente, con il risultato di concentrare il valore, il prezzo ed il reddito in una dimensione immateriale, virtuale, aleatoria e potenzialmente distruttiva per il nostro benessere futuro.

 

Avv. Salvatore Lucignano

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