UN DIVERSO APPROCCIO AL CONSUMISMO: OLTRE L’HOMO NUDUS.

28 agosto, 2018 | Autore : |

  Le valutazioni del presente articolo sono di carattere strettamente personale, mirano ad arricchire il dibattito culturale dell’associazione a cui appartengo, ma non esprimono in alcun modo una visione “politica” da attribuire a Nuova Avvocatura Democratica, che ringrazio per la pubblicazione e l’archiviazione di questo modesto spunto di riflessione. 

 

L’idea di questo articolo nasce da problemi apparentemente distanti tra loro, ma legati forse da un filo comune. Problemi che riguardano l’avvocatura, l’economia e più in generale il rapporto che i cittadini del mondo futuro debbano o possano avere con la società. Se guardiamo nel profondo del termine “consumismo” ci vediamo una degenerazione che ha poco di positivo da offrire. Il consumismo è quell’insieme di comportamenti che portano gli individui ad usare, comprare, consumare, più di quanto abbiano bisogno, rispondendo a false necessità, rese tali da modelli culturali dominanti. Nella visione classica del consumismo il consumatore è una preda, un ingranaggio che regge un gigantesco meccanismo di spreco, con tutte le valenze deteriori che ciò comporta.

Pensiamo invece ad un’idea diversa di consumo, favorita dall’evoluzione digitale e smaterializzata del capitalismo, il cosiddetto capitalismo cognitivo. Nella società contemporanea i cittadini del mondo tendono a consumare e valorizzare sempre più spesso e sempre di più una serie di beni immateriali, o legati a quelli materiali da un filo sottile, non sempre comprensibile. La gigantesca quantità di valore che si va spostando dai beni materiali a quelli immateriali impone di ripensare anche il ruolo del consumatore, che non di rado è produttore di valore e beni immateriali, mediante il consumo che ne fa.

Ragionando in questa ottica il consumismo di valori e beni immateriali ha un aspetto di fatto molto diverso da quello di beni materiali. Mentre il consumo di beni materiali impone processi produttivi sempre più intensi per soddisfare i bisogni del consumatore, nell’economia smaterializzata vi è un consumo che si fa produzione, poiché il godimento di beni, siano essi i prodotti intellettuali della socialità telematica, o gli status e i comportamenti che consentono agli individui di riconoscersi all’interno di determinati gruppi sociali, vengono alimentati e prodotti dal loro consumo. Si perde dunque la dimensione del deperimento fisico del bene, per entrare nel regno del valore immateriale, che non utilizza materia.

Naturalmente il supporto materiale del valore immateriale è dato dalle reti, dagli scambi, non potendo svincolarsi totalmente dalla materia, ma di fatto l’economia cognitiva supera la dipendenza da risorse e processi produttivi estremamente limitati, facendo maggiore affidamento sulle tendenze, sulla sfera emotiva, astratta ed ideale del consumatore/produttore. Il valore creato da questi nuovi processi di intermediazione, interazione e scambio di beni immateriali sfrutta il consumo ed il consumatore/produttore. Si ottiene così un’elevazione economica del consumatore, che non è più un mero utilizzatore, ma uno dei fattori della produzione del valore legato ai beni immateriali. Pensiamo per un attimo ai big data. Essi costituiscono un esempio tipico della tesi che questo articolo si sforza di rappresentare. Il ruolo del consumatore nella creazione dei big data è duplice: egli produce il bene venduto da chi è in grado di stoccarlo e scambiarlo, ovvero il database contenente le informazioni che lo riguardano. Se ad esempio una grossa azienda che si occupa di viaggi avesse interesse ad ottenere un database che mostrasse le preferenze degli italiani nel 2017 in fatto di mete per vacanze, con tanto di censimento dei luoghi visitati, il tutto allo scopo di poter tarare le proprie offerte per il 2019 sulla base dei gusti dei singoli cittadini, non vi sarebbe dubbio che il comportamento censito dal soggetto in possesso di tale database avrebbe un valore economico che si potrebbe concentrare solo nelle mani di chi fosse in grado di commercializzare l’informazione sottesa. In questo modo l’agire censito è fattore di produzione della ricchezza ultima, ma all’autore di tale agire non resta nulla del valore legato alla propria azione di consumo. Egli si è limitato a viaggiare, ma se è stato osservato e censito nel suo viaggio e se qualcuno è stato in grado di stoccare e scambiare le informazioni relative al suo viaggio, quel consumo di un bene fisico, ovvero del viaggio, sarà diventato anche elemento produttivo di valore immateriale, in quanto parte di un database appetibile per le grandi agenzie di viaggi e per i gestori di viaggi.

 

L’esempio scelto può dunque portare ad una nuova considerazione, ancora più estrema, nell’ambito della ridefinizione dei concetti di consumo e produzione legati all’evoluzione del capitalismo cognitivo. Il consumatore/produttore crea valore con il suo mero esserci ed ha dunque diritto ad una fetta di quel valore, non potendo più restare confinato nel ruolo di consumatore/acquirente di beni.

Il concetto può apparire astruso, “veteromarxista” o chissà cosa, ma in realtà esprime una delle problematiche più attuali della nostra società. La fungibilità del cittadino consumatore e lavoratore è stata uno dei dogmi su cui si è basata l’appropriazione di valore da parte del capitale e della rendita. Il diritto ha lasciato fare, accettando supinamente che lo schema ideologico capace di dominare il mondo, dalla caduta del muro di Berlino ai giorni nostri, fosse quello di un mondialismo che guardasse agli individui come numeri, totalmente fungibili, e come tali liberamente incardinabili nelle logiche del Dio Mercato. Il Dio Mercato ha fatto le leggi, i comportamenti dei governi, i codici che dettano il giusto e l’ingiusto. Questo mantra dominante, questo mainstream capace di cannibalizzare ogni forma di opposizione culturale, non tollera che l’individuo rivendichi una quota di valore, come diritto proprio ed inalienabile, per la sola ragione della nascita.

Il nostro modello giuridico ci considera naturalmente nudi, sottoposti ai capricci delle società e degli Stati in cui abbiamo la ventura di nascere, ma questa nudità, questa povertà che accompagna il nostro ingresso nel mondo dei diritti, rende vacua l’aspirazione di ciascuno ad avere diritti e mette in crisi il diritto principe, tra tutti i diritti: quello di avere diritti. Eppure ogni consumo, ogni interazione dell’uomo nudo, o meglio, homo nudus, per usare una nuova definizione dello sfruttato del terzo millennio, genera valore. Un valore che va ad altri, ma che comunque c’è, esiste, ed è figlio della mera esistenza di ciascuno. L’assistenza erogata ai poveri genera valore, poiché sottintende l’acquisto dei beni destinati a sfamare i poveri. Il voto dei nullatenenti genera valore, perché rende stabili i governi di massa. Il giudizio degli oppressi, dei sopravviventi, genera valore, perché incide sulla produzione dei beni che servono a tenere insieme l’ingranaggio della produzione di beni e servizi.

Il mantra rivoluzionario dell’uomo nudo può dunque divenire: esisto, dunque ho diritto ad avere. Il superamento della dicotomia tra avere ed essere, propria della categorizzazione classica del capitalismo, ci porta dritti al ruolo del diritto e della politica, nell’ambito della codificazione dei confini e dei processi che regolano, incanalano, guidano e determinano gli assetti sociali del nostro tempo. L’uomo nudo è patrimonio giuridico e morale di questa società, non è un dogma naturale, né un bisogno di funzionamento della nostra civiltà. L’uomo nudo potrebbe anche essere l’uomo autosufficiente, dotato di mezzi idonei al sostentamento, proprietario di una casa ecosostenibile e degli strumenti necessari a garantirsi il soddisfacimento di bisogni primari. Il modello di consumo, produzione, possesso, lavoro, valore e scambio che domina il nostro tempo non è figlio di un destino aprioristicamente insito nel mondo e nel modo in cui siamo fatti. Tutto ciò che ci circonda è piuttosto il frutto di una sinergia tra forze economiche ed intendimenti intellettuali, che rende lecito ciò che decidiamo sia tale, costruendo l’edificio in cui si gioca la battaglia per la vita dell’homo sapiens.

 

Certo, ognuno ha la consapevolezza del luogo in cui è stato gettato e può scegliere come affrontare la partita, giocando le carte di cui è in possesso. Nel mazzo di chi non mette in discussione le regole che ci vengono calate dall’alto manca però la possibilità di suggerirne di migliori, di più eque e più giuste. In altri termini, se si rinuncia a dire la propria sulle regole, se si accetta come un dogma che all’individuo sia dato solo il ruolo di giocatore, si corre il rischio di considerare normale il ruolo del criceto che danza la sua eterna corsa sulla ruota. La capacità di homo nudus di discutere degli assetti, della proprietà e del valore, di come il valore e la ricchezza di distribuiscono, non può essere ritenuta eversiva ed antisociale, senza valutare gli effetti della globalizzazione sul livello di evoluzione sociale ed umanistica a cui siamo giunti in questo scorcio di 2018.

 

Immaginiamo dunque di pensare ad un nuovo sistema di interazione tra homo nudus e consumo, muovendoci all’interno di valori che non considerino la nudità del consumatore/produttore di valore come un dogma. Immaginiamo che i comportamenti cooperativi tra uomini divengano giochi win/win, perché il diritto e la morale sottesa al nostro stare insieme comincino a mettere in discussione ciò che negli ultimi 30 anni è apparso indiscutibile, ovvero che il Dio Mercato rappresenti la divinità sul cui altare si può sacrificare qualsiasi cosa. Ambiente, futuro, giustizia, sviluppo e ricchezza complessiva della società: tutti beni che dovrebbero sovrastare il Dio dal volto crudele che comanda e sfrutta, a suo piacimento, ma che invece soccombono. Perché? Per ragioni ineliminabili dalla sfera del nostro vivere? Niente affatto. Anche il mercato deve sottostare alle leggi degli uomini e homo nudus è una legge umana, non è un dogma. Un modello socioeconomico che riconosca la proprietà privata, il merito, l’iniziativa, la disuguaglianza, ma allo stesso tempo tuteli la società e la socialità è possibile. Sono le leggi umane a doverlo costruire, mediante un’incessante opera di ricerca del diritto giusto.

 

Avv. Salvatore Lucignano

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