Tutto va ben, madama la marchesa…

4 ottobre, 2019 | Autore : |

“Una professione finalmente fuori dalla crisi che riparte soprattutto grazie alle sue componenti considerate più deboli, i giovani e le donne”. Questo l’incipit del comunicato di Cassa Forense all’esito della presentazione del “ IV rapporto Censis sull’Avvocatura Italiana 2019”. Per concludere con un “il clima cupo emerso dal primo Rapporto sull’Avvocatura presentato a Rimini ormai più di quattro anni fa è superato, finalmente in miglioramento”.

Basterebbe il raffronto fra il grafico, impietoso, che mostra l’andamento degli iscritti e del loro reddito e il vaniloquio della propaganda dei nostri vertici per rendere superfluo qualsiasi commento.

Brindiamo ad uno “zero virgola”. Sì, avete capito bene. Il reddito medio degli avvocati migliora dello 0,5%…

Nessuna analisi sulle reali condizioni della categoria che ancora vede una situazione reddituale drammatica con distanze siderali fra giovani e meno giovani, uomini e donne, Nord e Sud del Paese.

I dati del rapporto Censis ci mettono, nuovamente, di fronte alla realtà di una professione vecchia, incapace di innovarsi, imbrigliata da una legge professionale inadeguata, nata già vecchia.

Il 62,6% dei Colleghi non trova realistico uno scenario di progressiva sostituzione delle funzioni oggi esercitate dai professionisti da parte di algoritmi e piattaforme. E’ un dato che certifica l’inconsapevolezza della categoria rispetto agli scenari che si apriranno in conseguenza dell’innovazione tecnologica. Dovremo fare i conti con un modo completamente nuovo di svolgere la professione e con il fatto che molti di noi verranno spazzati via. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale negli studi ha già completamente mutato gli scenari interni a grosse realtà. Pensiamo, ad esempio, a chi si occupa di due diligence e dell’impatto dell’A.i. su quell’attività, ma non solo.

Le risposte delle nostre rappresentanze? L’Avvocato in Costituzione, ancora magnificato dal Faraone nel corso dell’incontro con gli Ordini e il Ministro, l’equo compenso, una norma ridicola che al primo vaglio giurisprudenziale ha già mostrato tutti i limiti che in molti avevamo evidenziato e un viaggio a Dubai a parlare di acqua. Un tema che notoriamente rientra nelle competenze dell’Avvocatura.

Le nostre proposte? Quelle di sempre. Occorre puntare in maniera decisa sull’innovazione, sull’ampliamento delle competenze dell’avvocato – che è ciò che dovremmo chiedere alla politica invece che la nostra – inutile – costituzionalizzazione, su una previdenza equa, su una formazione che offra davvero gli strumenti per essere competitivi e, soprattutto, occorre superare una volta per tutte la legge professionale eliminando l’incompatibilità fra l’iscrizione all’Albo e il lavoro dipendente, modernizzando la disciplina sulla pubblicità per gli studi che penalizza in maniera vergognosa la nostra categoria a tutto vantaggio di altre figure, meno qualificate ma più libere di muoversi nel mercato. Occorre fornire ai Colleghi gli strumenti per muoversi nel mercato.  E occorre incidere, a partire dalla formazione universitaria, sull’accesso alla professione. Se è vero che la diminuzione dei partecipanti agli esami di abilitazione è in calo, è altrettanto vero che un filtro agli accessi già operante a livello universitario sarebbe ad ogni modo auspicabile perché è inaccettabile che la selezione venga fatta ex post sulla base di criteri reddituali che poco o nulla hanno a che fare con il merito.

E per finire qualche considerazione sul livello di gradimento delle rappresentanze apicali dell’avvocatura.  Sparita negli ultimi sondaggi, forse nel timore che le acclamazioni cui siamo abituati ai Congressi Forensi non trovassero adeguata rappresentazione nell’elaborazione statistica, la valutazione sull’operato degli organi di rappresentanza torna nel rapporto Censis 2019 con un risultato impietoso per i vertici apicali dell’Avvocatura. Il 70 per cento degli intervistati esprime un giudizio negativo sui propri rappresentanti. Addirittura il 47,4 per cento del totale degli intervistati ritiene che “gli organi di rappresentanza dell’Avvocatura sono presidiati da gruppi di interesse ristretto e non riflettono i problemi dei giovani avvocato, delle donne avvocato, di chi fatica a svolgere la professione”. Il 22,6 per cento del totale ritiene che “l’attuale configurazione degli organi rappresentativi della professione non tutela gli interessi degli avvocati nei confronti di altre categorie”.

Si tratta di una bocciatura sonora, senza appello, di fronte alla quale, vertici che conservassero un minimo di dignità, non potrebbero che ammettere la propria inadeguatezza facendo un passo indietro. O almeno a lato.

Ma ciò ovviamente non avverrà. Si consoleranno con un viaggio a Dubai, brindando alla nostra.

 

 

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