Tra farsa e tragedia: l’ipocrita gestione della fase 2 in una Giustizia che vale zero.

9 Maggio, 2020 | Autore : |

Avv. Alessandro Cantelmo – Direttivo Nazionale Nuova Avvocatura Democratica

Uno Stato che voglia affermare la propria capacità di governare la convivenza civile deve garantire tre servizi essenziali: la Sanità, l’Istruzione e l’amministrazione della Giustizia.

L’emergenza COVID19 ha squarciato il velo di Maya sull’inadeguatezza del Sistema Italia a far fronte ai suddetti elementi base del vivere civile.

La Sanità, dopo anni di tagli irrazionali, ha risposto alla fase emergenziale grazie allo spirito di sacrificio del personale calato nella trincea pandemica a farsi carne da cannone. Onore a loro.

Scuola e Giustizia, invece, restano in una fase di lockdown effettivo che dovrebbe indurre a concrete riflessioni che, per quanto ci riguarda, hanno ad oggetto la gestione dell’emergenza del secondo tra i macrosettori citati.

Epifenomeno dell’approccio fallimentare della questione è stato il silenzio assoluto che ha caratterizzato l’approccio del Governo alla questione, con tanto di sostanziale sparizione dell’inadeguato Guardasigilli nei sessanta giorni di paralisi.

Il Governo si è occupato di ogni aspetto della vita dei cittadini con effetti talvolta involontariamente comici, che in tema di giustizia sono sfociati nella farsa: da lockdown nazionale con annessa sospensione dei termini previsti per la fase uno, si è passati, nella fase due, ad un ripresa contingentata ed affidata, con una sostanziale delega in bianco, alla gestione dei singoli Uffici Giudiziari.

È utile, a questo punto, ripercorrere i momenti topici dell’intera vicenda.

Travolto dalla crisi pandemica, con l’art. 1 del d.l. 8 marzo 2020, n. 11, il Governo si è prodotto nell’unico provvedimento possibile in quel momento, il blocco totale delle attività nella previsione del rinvio di ufficio di tutte le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari, fissate tra il 9 marzo ed il 22 marzo 2020, salvo le eccezioni del caso per materie particolari.

In maniera assolutamente inopinata, invece, con l’art. 2 ha dettato linee generali e vieppiù generiche per la gestione della fase due attraverso un meccanismo solo apparentemente coinvolgente tutti i protagonisti del comparto.

In tutta sostanza, i capi degli uffici giudiziari sono stati incaricati di determinare ed adottare i provvedimenti organizzativi necessari a consentire la trattazione degli affari giudiziari in regime di sicurezza sociosanitaria.

Sono previsti, come contenuti minimi, il divieto di assembramenti all’interno degli uffici e dei contatti ravvicinati tra le persone.

Nel rispetto delle suddette prescrizioni, protocolli vincolanti per la fissazione e trattazione delle udienze e/o di rinviare le udienze, salve limitatissime eccezioni, a data successiva al 31 maggio 2020.

Col successivo d.l. n. 18 del 2020, sono stati prorogati i termini di sospensione/rinvio dei termini e delle attività e, col d.l. n. 23 è stata fissata la ripresa contingentata all’11 maggio 2020.

Sino al d.l. 23, quindi, il Governo si è prodotto solo in provvedimenti dilatori della ripresa delle attività consegnando, integralmente, le sorti del contenzioso in corso e di quello insorgendo, all’iniziativa dei singoli Uffici Giudiziari.

In questo contesto il ruolo dell’Avvocatura, ritenuta ancora una volta convitato di pietra nella gestione delle questioni per la stessa e per le parti coinvolte nei giudizi, è stato relegato alla più assoluta marginalità essendo prevista la mera consultazione dei rappresentanti della classe forense nella elaborazione dei protocolli.

La circostanza ha il sapore dell’insulto alla Categoria che assume i connotati della beffa laddove si consideri che a capo dell’esecutivo siede il sedicente Avvocato del Popolo e che il guardasigilli è un Avvocato. Assordante, ed il lettore vorrà perdonare l’abuso di tale figura retorica, il silenzio dei vertici dell’Avvocatura occupati, per quanto riguarda il CNF, alla gestione dell’ignobile questione della incandidabilità di parte dei suoi componenti, e, per quanto riguarda l’OCF, alla disperata ricerca di una legittimazione lungi a venire. I COA, poi, dal loro cantuccio, sebbene organi di prossimità delle istanze dei propri iscritti, non hanno potuto far altro che rassegnarsi ad un ruolo di mera presenza che avrebbero dovuto, in una logica politica matura che evidentemente loro non appartiene, rifiutare ogni e qualsivoglia interlocuzione fondata sul rapporto di minorità imposto dai provvedimenti legislativi emanati. Ne è chiaro esempio la situazione partenopea, laddove il COA, alzandosi dal tavolo delle trattative (ritirando un consenso già prestato)dopo aver preso coscienza della propria inutilità sostanziale, si è esposto all’ennesimo je accuse degli organi apicali del competente Ufficio, che ha addossato, per l’ennesima volta, il fallimento delle stesse (di un’ipotesi di gestione concordata) ai “dischi rotti” tanto cari al Procuratore Generale Riello, trovatosi a gestire una faida interna tra i magistrati dirigenti e le rivendicazioni sindacali del personale della Giustizia coinvolto.

Ancora una volta l’Avvocatura paga sulla propria pelle l’incapacità politica dei suoi rappresentanti che, immediatamente, avrebbero dovuto rivendicare la centralità della Classe nella soluzione delle problematiche per la stessa esiziali, opponendosi al modello di gestione “magistraturacentrico”.

Il modello a macchia di leopardo, che ha prodotto tanti protocolli per tanti Uffici Giudiziari (in alcuni casi limite, un protocollo per ciascuna sezione del medesimo Tribunale), andava immediatamente contestato: così non è stato e gli Avvocati ed gli altri soggetti coinvolti nella macchina della Giustizia ne pagano, inermi, le conseguenze.

Il problema fondamentale è che il governo ha inteso gestire la questione senza investire un euro nel comparto Giustizia, ridotto in macerie già prima della crisi pandemica.

Senza seri investimenti atti ad implementare l’informatizzazione dell’attività amministrativa, l’aumento del personale, la liberazione di quello esistente per dirottarlo su funzioni con carattere della necessarietà, senza riforme dei riti, il sistema, come è successo, è condannato all’implosione. La possibilità che nei mesi autunnali l’emergenza sanitaria possa tornare a condizionare le attività socioeconomiche è ben più che una mera ipotesi e farsi trovare ancora impreparati significherebbe la definitiva dissoluzione del comparto.

Ogni e qualsivoglia soluzione, basata su una delega in bianco conferita ai presidenti con le attuali linee guida previste dall’art. 83, comma 7, lett. d), del d.l. n. 18 del 2020, viola nei fatti l’impianto costituzionale, non garantendo né uniformità sul territorio nazionale, né la sottoposizione dei singoli magistrati alla Legge, né alla previsione che la materia in questione sia di esclusiva pertinenza dello Stato.

L’unica soluzione logica, quindi, resta l’adozione di un provvedimento uniformante, che investa risorse pubbliche sulle infrastrutture del comparto Giustizia ed alla riforma dei codici di rito allo scopo non tanto di salvare il salvabile nell’immediatezza, ma di far trovare lo stesso pronto per ciò che potrebbe accadere nel prossimo autunno.

L’Avvocatura, se non vuole rassegnarsi alla darwiniana estinzione, ha l’obbligo di passare dalla richiesta alla pretesa.

Avv. Alessandro Cantelmo – Direttivo Nazionale Nuova Avvocatura Democratica

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