SENZA TITOLI

6 Dicembre, 2016 | Autore : |

Come era ampiamente prevedibile e come era stato previsto dagli oppositori del regime dell’istituzionalizzazione forense, il Congresso di Rimini non ha solo segnato la morte della rappresentanza politica unitaria della categoria, ma ha di fatto segnato il trapasso della politica forense, nel suo complesso.
Una delle caratteristiche delle epoche che segnano cambiamenti radicali e profondi è quella di poter rendere difficile ai protagonisti la comprensione di ciò che sta accadendo, mentre sta accadendo. Per la politica forense si può parlare proprio di questo: molti hanno finto di non vedere, moltissimi non hanno visto ed infine troppi ancora non vedono.
La crisi dell’avvocatura di massa, le molteplici denunce sulla mancanza di un tessuto connettivo unitario, che definisse i confini del confronto politico tra colleghi, l’assurda battaglia di retroguardia del regime, sordo alla sofferenza di larghi strati della professione ed incapace di elaborare un vero Organismo Unitario, sintetico e rappresentativo, hanno distrutto ogni speranza di fare dell’avvocatura un soggetto con una propria coscienza politica. A Rimini e già prima di Rimini, a Venezia, quando nel 2014 si tentò un’assurda spartizione di posti, senza capire la natura della crisi politica della categoria, alcuni avvocati (credo non più di un centinaio in tutta Italia, a tutto voler concedere), tra cui anche il sottoscritto, tentarono di spiegare che ciò che stava morendo, per colpa degli abusi e della cecità delle istituzioni forensi, non era solo l’idea di una rappresentanza unitaria e plurale, ma l’essenza stessa della coscienza politica della classe, che si andava sbriciolando, travolta da egoismi, miopia, tentativi di arraffare il malloppo ed un livello culturale ben al di sotto dei limiti dell’accettabilità.
Da allora le cose sono drammaticamente peggiorate. Sempre più spesso abbiamo parlato, scritto o letto di “avvocature”, sempre più spesso si è abbandonato il concetto dell’unità sintetica di pluralità territoriali o culturali, fino a giungere alla puerile premessa operata dallo Statuto approvato al XXXIII Congresso Nazionale Forense, che con un candore giustificabile solo dalla pochezza intellettuale dei personaggi che lo hanno redatto, rinuncia espressamente a considerare l’Organismo Congressuale come una sintesi unitaria, qualificandolo come mero esecutore di deliberati.
Rimini ha dunque sancito la morte dell’anima della rappresentanza politico forense, ha relegato il Congresso al ruolo di assemblea plebiscitaria, trasferendo nei rapporti clientelari che regolano la vita degli avvocati all’interno dei Fori italiani il centro nevralgico della “politica” dell’avvocatura. Lo scambio e le clientele, i servigi e i servizi, le Commissioni affidate a commissari fedeli e i crediti formativi che formano fedeli elettori. Il sistema in cui Ordini e Consiglieri dell’Ordine si fondono, fino a trasformarsi in una entità in cui non si distingue più il confine tra funzione, istituzione, e Signore.

La morte della politica forense italiana è dunque l’apoteosi del feudalesimo ordinistico che Guido Alpa ed i suoi epigoni hanno immaginato allorquando, con la complicità di una politica lontanissima dal sentire e dalla carne viva di un’avvocatura sofferente, hanno approvato quel mostro giuridico che è la L. n. 247/2012. La visione sottesa a quella legge costituisce probabilmente il maggiore reato, morale e politico, che i dirigenti dell’avvocatura italiana potessero compiere nei confronti della nostra classe. Si trattava infatti di una legge che accentrava ogni forma di potere e legittimazione in capo a soggetti anziani, figli di altre epoche, del tutto sprovvisti degli strumenti culturali per poter fronteggiare la profondissima crisi dell’avvocatura di massa. La legge professionale forense è divenuta dunque lo strumento della cristallizzazione e della conservazione dei vecchi feudi e dei vecchissimi feudatari, e non si è preoccupata di valorizzare tutti gli aspetti che avrebbero dovuto essere esaltati da un testo che volesse guardare al futuro, piuttosto che blindare il passato.

Occorreva aprire alle nuove forme di comunicazione politica, in primo luogo quella socialica. Occorreva accompagnare i dirigenti espressione del potere ordinistico verso un pensionamento ineluttabile, favorendo, mediante imposizione coattiva ed opera di sensibilizzazione politica, un passaggio di consegne tra vecchi maschi e giovani donne. Bisognava aprire l’avvocatura a nuove forme di operatività, trasformando l’avvocato in un risolutore di problemi, affidandogli il ruolo di Giudice, di asseveratore di atti, di mediatore dei conflitti, ma anche imponendo ad una classe che sempre più, con l’ingresso delle masse, perdeva l’aspetto elitario della dimensione giuridica, di tornare ad occuparsi del diritto e della politica del diritto. L’avvocatura doveva abbandonare la retorica difesa delle proprie presunte primazie e riscrivere un patto con la società, guidare i cambiamenti, saper tutelare gli interessi, oltre che i diritti.

Niente di questo e di molto altro di cui c’era e c’è un disperato bisogno è stato fatto. Al contrario, la chiusura nell’oscurantismo, nei silenzi e nelle censure, la mortificazione di ogni forma di dissenso rispetto ai diktat dei padroni della professione, hanno generato un clima sempre più torbido, favorendo l’allontanamento, non privo di disgusto, di oltre l’80% della categoria dalla politica forense, ridotta a gioco di ruolo per interessati politicanti ovvero a lotta di resistenza per impotenti e spesso inadeguati denunciatori. La disgregazione di ogni forma di rappresentatività ha camminato di pari passo con l’incapacità di costruire luoghi di vero scontro ideale, in cui le tesi esposte dai contraddittori potessero riconoscersi reciprocamente legittimità. Di chi è la colpa di tutto questo? A mio parere è sicuramente delle istituzioni forensi italiane, che hanno violato costantemente regole e leggi pur di ottenere i propri obiettivi, ed hanno ridotto le azioni, sia politiche che giudiziarie, degli oppositori, ad elemento di disturbo del manovratore.

Si è giunti persino alla teorizzazione dell’espulsione dal sistema di chi osava criticare. Una visione esclusiva, non già elitaria, ma censuaria e padronale, ha finito con il permeare ogni aspetto del confronto politico interno alla categoria. Le riunioni pubbliche promosse dalle istituzioni forensi sono da anni una forma rituale di incontro senza confronto: consessi paludati, in cui intervengono essenzialmente elementi asserviti al regime, chi per convinzione, chi per convenienza. Su nessun punto il regime ha cercato mediazioni, mai è emersa la volontà di comprendere i fenomeni di disgregazione, perdita dell’identità, rabbia e frustrazione che hanno accompagnato gli avvocati italiani verso un inevitabile redde rationem.

Al contrario, tutto ciò che poteva essere esasperato è stato messo in pratica. Aumenti esponenziali degli oneri e delle vessazioni, imposti dalla politica all’avvocatura, sono stati accettati dagli esponenti apicali del regime, in cambio di mano libera all’interno dei ruoli di potere. Le proroghe sono diventate infinite ed indefinite, i bilanci continuano ad essere approvati con procedure e tempistiche balneari, la trasparenza nella gestione del denaro degli avvocati è solo formale, mentre i quesiti sostanziali mossi dagli oppositori vengono sepolti dalla stampa di regime, con l’aiuto di tante piccole voci che raccontano l’avvocatura solo come “istituzione” e ne ignorano la situazione reale.

La censura di regime si è abbattuta anche sull’ultimo Congresso Nazionale. Mozioni scomode ai padroni sono svanite, i reclami che hanno chiesto di discuterle si sono dissolti, sono spariti gli interventi ostili al regime, dissolti nel clima da gestapo instaurato dai clan vincitori. A due soli mesi dal Congresso, si ha l’impressione che quell’appuntamento sia già lontanissimo ed inutile, superato dalla velocità degli eventi, travolto dalla palese inadeguatezza delle soluzioni adottate. Della pletora di delegati pervenuti a Rimini si è quasi interamente persa ogni traccia. Sconosciuti peones, assoldati dal regime per fare da figuranti alla soluzione imposta dai padroni, sono prontamente tornati nell’ombra, incapaci di articolare una qualsiasi forma di pensiero critico. Gli interventi dei delegati “liberi” dal palco congressuale si sono contati sulla punta delle dita. E gli altri? E non si parla, si badi, dei 591 soldati che hanno obbedito agli ordini, ma degli oltre 300 che non lo hanno fatto. Quali sono le voci, quali le iniziative volte a costruire una politica radicale, eppure presente, costante, capace di sovvertire il regime e riportare a nuova vita il confronto ideale interno alla professione?

Una situazione di totale smobilitazione, un “liberi tutti” che ha visto la scomparsa degli 88 delegati uscenti del “parlamentino dell’avvocatura”, dei quali, salvo un paio di sparute eccezioni, non è rimasta traccia, né fisica, né intellettuale. Un processo di rimozione collettiva della nostra storia politica che fa paura, perché autorizza qualsiasi padrone a cancellare il passato, gli eventi, i documenti, i fatti che hanno gettato le premesse per altri fatti. Si arriva così alla tabula rasa, a quell’assenza di presupposti politici che impedisce la formazione di una coscienza di classe. L’archivio politico dell’avvocatura, progetto imprescindibile per poter pensare di educare le giovani generazioni alla politica forense, cede il passo alla narrazione istituzionale della vita professionale. Eventi intrisi di retorica ancora si susseguono, incuranti del ridicolo. Fantomatici richiami al decoro, all’orgoglio, alla funzione sociale dell’avvocato, fanno da sfondo al suo funerale.

CERCA