LA TELA DI PENELOPE

6 ottobre, 2017 | Autore : |
 
Al Congresso di Rimini, nel 2016, I COA italiani hanno definitivamente affermato la propria natura politica, oltre ad un primato, in termini di forza politica, che non ha lasciato adito a dubbi: associazioni distrutte, ostracizzate e tutto il potere ai rappresentanti istituzionali. Certo, appare subito stridente in questa ottica, ed i termini non sono casuali, che si faccia tanto parlare, anche nella legge professionale, di rappresentanza “istituzionale” distinta da quella politica. Come si può agevolmente constatare, la distinzione non esiste, è fittizia. All’interno dell’avvocatura italiana chi dovrebbe essere “istituzione”, se con questo termine vogliamo intendere il concetto di “super partes” ed “apolitico”, è in realtà il padrone incontrastato della politica partigiana, realizzata con maggior forza proprio grazie al ruolo svolto nell’istituzione.
 
A Rimini 2016 il problema della rappresentanza politica dell’avvocatura non è stato affatto risolto, proprio a causa di questo equivoco di fondo, che non si vuole sciogliere, ma che ormai si è costretti ad ammettere. Su un diverso piano rispetto ai COA che si spartiscono il potere rimasto, agisce il Consiglio Nazionale Forense, un organismo plenipotenziario, sul piano politico, capace di assommare tali prerogative e tali impunità, da muoversi nel panorama della politica forense italiana come il signore e padrone di tutto e tutti.
 
In qusti giorni all’interno di NAD stiamo sviluppando qualche riflessione sul rapporto tra deontologia e politica forense. La circostanza che il padrone politico dell’avvocatura italiana sia anche il giudice disciplinare di chi lo combatte e lo critica è un elemento raccapricciante per la nostra categoria, non meno di quanto lo sia questo continuo richiamo all’istituzione, che consente di entrare ed uscire da una veste autoritaria a proprio piacimento. In altri termini, le nostre istituzioni fanno politica quando vogliono; quando sono in difficoltà politica, fanno passare la propria politica, mascherandola e blindandola come “attività istituzionale”, e dunque doverosa e “super partes”; quando vengono osteggiate da chi tenta di limitarne lo strapotere, agiscono contro chi combatte con il ricatto delle sanzioni disciplinari. Si tratta ovviamente di un mostro giuridico e politico, ma importa a pochi, perché la gran parte dell’avvocatura italiana è distante da queste problematiche, o perché troppo “ricca”, ed impegnata pertanto a continuare a cercare di rimanere ricca, o troppo “povera”, e dunque spesso pressata da situazioni di indigenza materiale, che non consentono di comprendere da dove arrivino le premesse che provocano tale indigenza.
 
Il sistema ordinistico italiano, così concepito, ha fallito tutti gli obiettivi di sostegno alla categoria che si era prefissato. La categoria non è né unita, né è adeguatamente rappresentata presso i luoghi in cui lo Stato esercita il suo potere politico ed esprime le sue scelte relative alla professione forense e al comparto giustizia. La concezione campanilistica e feudale connaturata alla conquista degli “Ordini”, che vengono visti, non a caso, non quali mere articolazioni circondariali dell’Ordine Forense, ma come centri di potere a sé, porta gli avvocati ad identificare il “potere” con la conquista e la gestione del seggio consiliare, all’interno dei COA circondariali. Ciò allontana la professione dalla risoluzione dei suoi problemi, mantiene un ambiente politico ed istituzionale corrotto dalle commistioni di ruoli e concentrazioni di potere che si verificano costantemente, non aiuta gli avvocati a vedere il fine ultimo del nostro impegno politico, che non dovrebbe essere quello di conquistare piccole posizioni di privilegio nei COA, ma di costruire proposte politiche di ampio respiro, largamente sostenute dalla classe, ed imporle alla politica parlamentare.
 
#AvantiNAD
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Avv. Salvatore Lucignano

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