IL FALLIMENTO DEL MODELLO ORDINISTICO PRETENDE UNA RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE

20 settembre, 2018 | Autore : |

Analizzare i fatti politici dell’avvocatura italiana con la giusta prospettiva storica, dedicare le giuste riflessioni a tutto ciò che si muove nel mondo della nostra politica professionale, possono aiutare a valutare anche le sconfitte e i processi che vanno in direzione opposta a quella auspicata, come un elemento positivo per la creazione dell’alternativa. Scrivo sotto l’influsso di buoni, piccoli auspici: l’atteggiamento di molti delegati al XXXIV Congresso Nazionale Forense pare essere finalmente più consapevole dell’inservibilità della svolta autoritaria di Rimini, compiuta dal sistema ordinistico due anni fa. Avanza tra alcune associazioni forensi una visione non più compromissoria e funzionale alla rappresentanza dominata dagli Ordini circondariali e dal Consiglio Nazionale Forense e qualcuno comincia finalmente, anche se con timidezza, a comprendere che senza un parlamento ed un governo democratico, la nostra professione non esprimerà mai una politica forense degna di questo nome.

Perché parlo di necessaria prospettiva storica come di un presupposto indefettibile per svolgere questi ragionamenti? Semplice, perché la politica forense può avere due dimensioni. Una, quella più facile, ma anche più fallace, che attiene alle dinamiche di sopraffazione momentanea tra fazioni. In questo senso il dibattito e l’attenzione possono essere fagocitati dai risultati di questa o quella elezione, cedendo alla tentazione di considerare eterni e granitici degli assetti in realtà assai mutevoli. La politica forense contemporanea infatti si avvia fatalmente a diventare sempre più simile a quella generale: nei prossimi anni, a differenza di quanto avviene oggi, sarà più facile vedere un cambiamento di gradimento dell’elettorato, nei confronti di questo o quel protagonista, in ragione di campagne elettorali legate alla diffusione di contenuti programmatici. La dimensione relazionale, amicale, clientelare e tradizionale dell’espressione di voto degli avvocati, così dominante per la mentalità del sistema ordinistico, è inevitabilmente destinata a cedere il passo ad una politica fatta di comunicazione telematica e socialica, con una crescente quota dell’opinione degli elettori che si formerà attraverso la consultazione di siti internet e social network.

 

 

Questo processo di creazione di un’opinione politica degli avvocati non può essere ritenuto ancora in grado di orientare gli assetti di potere interni alla nostra professione. La legge professionale in vigore è del 2012, ma gli effetti del nuovo regime voluto dall’Ordine Forense si affievoliranno solo con il ricambio della classe dirigente. Gli anni tra il 2014 ed il 2018 sono stati un periodo di gestione del potere “in prorogatio”, voluto dal sistema per perpetuare se stesso ed i vecchi protagonisti della vita politica forense. In queste condizioni, con in campo un così alto numero di esponenti imbevuti di formazione e mentalità clientelare e scevra da una visione politica contemporanea, c’era da aspettarsi che le cose andassero come sono effettivamente andate: l’avvocatura ha sostanzialmente confermato, seppure in modo stanco e disinteressato, gli esponenti del regime ordinistico, relegando le velleità di cambiamento e di rivoluzione all’attività di pochi sovversivi.

La cronaca politica ci consegna dunque un regime ordinistico che prolunga l’apice del suo strapotere, rappresentato nel 2016 al Congresso Nazionale di Rimini.  Speravo che quello fosse stato il culmine di un processo di ripensamento, ma l’impostazione data dal regime all’assise che dal 4 al 6 ottobre si svolgerà a Catania, conferma invece la volontà di procedere in una direzione che escluda dal nostro prossimo orizzonte l’abbandono di una governance legata al sistema ordinistico, che voglia finalmente tramutarsi in una struttura parlamentare e democratica.

Eppure i sintomi dell’inutilità del nostro attuale assetto, che amplifica, moltiplica, duplica e sovrappone i centri di potere decisionale, ci sono tutti, con alcuni segnali di insofferenza che oramai cominciano a mostrarsi, persino dall’interno del regime. NAD intende sfruttare questi piccoli spazi, le minuscole crepe del sistema, per provare a costruire una rappresentanza che superi questo assetto, che non solo non affronta e non risolve i problemi dell’avvocatura, ma ormai genera distacco, disprezzo, disillusione, in migliaia di colleghi, che non partecipano alla vita politica della nostra categoria, proprio perché la struttura ordinistica appare incomprensibile, stratificata, immobile ed inutile Se la smettessimo di difendere questo assetto e  provassimo a ragionare finalmente in modo “facile”, a giocare a due tocchi, come si usa dire nel calcio, non costruiremmo questi mostri, immobili ed autoreferenziali. Se gli avvocati italiani la smettessero di erigere delle strutture mastodontiche, complicate, assurde e inservibili, anche i temi che ci stanno a cuore verrebbero finalmente affrontati.

 

Il giochino della rappresentanza politica democratica sarebbe infatti assai semplice, composto da pochi punti fermi:

  1. realizzare collegi elettorali omogenei, per numero di colleghi;
  2. dotarci di sistemi elettorali proporzionali, che attorno a liste politiche costruiscano proposte per il nostro parlamento, finalmente non su base localistica, ma nazionale;
  3. eleggere un parlamento degli avvocati italiani, a suffragio capitario e universale, che funzioni come un normale luogo politico, ovvero coalizzando attorno ai “partiti” politici dell’avvocatura le idee e le proposte di sviluppo e di governo della nostra professione;
  4. affidare al nostro parlamento la nomina di un governo degli avvocati, che passi dal rapporto di fiducia tra parlamentari/avvocati ed azione di governo ed abbia durata biennale.

 

 

Se si volesse sarebbe tutto molto semplice, funzionerebbe, ci eleverebbe e ci darebbe credibilità, una enorme credibilità. Perché non lo si fa? Semplice, perché il sistema ordinistico attualmente non ha nessuna voglia di dare all’avvocatura un governo democratico, forte, inclusivo, che funzioni ed affronti i nostri problemi. Il sistema preferisce farsi comandare dall’uomo forte, dal padre buono, che nel nostro caso si chiama Andrea Mascherin, ma che sostanzialmente deve essere l’espressione apicale di un accordo tra espressioni politiche degli Ordini circondariali. Un sistema che ha mostrato in questi primi anni di vigenza della leggere professionale tutta la sua mostruosa inutilità.

Ecco, con buona pace dei nostri avversari, quello che NAD dice è di tale buon senso, di tale efficacia, da rendere ridicola ogni critica a questa proposta di assetto della nostra governance. Una nuova rappresentanza politica, basata finalmente su un parlamento democraticamente eletto, non farebbe alcun male all’avvocatura italiana. Al contrario, sarebbe sicuramente la condizione necessaria ed imprescindibile per cominciare a fare qualcosa di buono per i tanti colleghi che dalla politica forense attendono risposte concrete ai loro concreti problemi.

 

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

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