DELLA SCHIZOFRENIA LEGISLATIVA: BERSANI E ALTRE CATASTROFI

5 Novembre, 2016 | Autore : |

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Sfavillano in questi giorni le ultime scintille di un tronco ormai ridotto a cenere, alimentate dall’alito marcescente di connivenza e sottomissione alla politica delle istituzioni forensi.

E si fa un gran parlare di equo compenso, come se esso fosse una conquista dell’avvocatura istituzionale, che ristabilisce la dignità del professionista, ma, allo stesso tempo lo degrada a consumatore, protetto dal codice del consumo.

Ma andiamo per gradi. Un bel giorno l’allora ministro Bersani si svegliò e disse di aver trovato la panacea allo strapotere di una categoria professionale, mediante la liberalizzazione delle tariffe. Le reazioni dell’avvocatura, che, per lo più rimproveravano la mancanza di concertazione, vi furono, ma solo a giochi fatti, tanto che si malcelò la sconfitta come una vittoria e si affermò che non vi fosse più spazio per tornare indietro: la società cambiava,l’avvocato doveva cambiare, il consumatore era da proteggere, alla comunità europea si doveva obbedire ed il libero mercato era democrazia compiuta.

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L’avvocato non doveva più ritenersi solo un professionista intellettuale, legato alla prestazione di mezzi, ma un imprenditore e non poteva esistere un mercato che non fosse sottoposto alla regola della libera concorrenza. Ciò avrebbe ristabilito l’equilibrio tra la parte debole, il “consumatore di cause”, ed il professionista, in posizione dominante perché protetto dalle tariffe minime.

Ma abolite le tariffe il Giudice si chiese: come regolerò le spese processuali?

E vennero i parametri ministeriali. Scomparvero i diritti di procuratore e potevano sintetizzarsi le attività difensive in quattro grandi macrosfere, per il giudizio di cognizione ed in due, per quello di esecuzione, che comprendevano ogni tipo di attività dell’avvocato.

Ma i parametri dovevano regolare solo l’attività giudiziale, non potevano essere nemmeno criterio di riferimento del contratto tra professionista e cliente perché questi, tra una rosa di professionisti (di cui avesse fiducia o meno cosa importa) avrebbe potuto scegliere quello con cui stipulare un contratto al ribasso. Ed iniziarono ad arrivare negli studi clienti forniti di preventivi da confrontare come nelle assemblee condominiali, quelli delle imprese, allorché si debba affidare un incarico per i lavori straordinari. Siamo imprenditori, mica professionisti e quindi per stare nel mercato libero concorrenziale dobbiamo offrire servizi  a prezzi minori degli altri!!! La qualità? Non importa.

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Il professionista imprenditore restava sempre la parte in posizione dominante rispetto al consumatore!!!

Con grande cultura giuridica, si permise addirittura all’avvocato un’attività che era stata solo appannaggio del giudice: l’autoliquidazione delle competenze dell’atto di precetto da un minimo ad un massimo, a sua discrezione!!!

Invero, già prima dell’abolizione delle tariffe minime, alcuni “grandi” studi stipulavano convenzioni al di sotto dei minimi, senza che questo fosse degno oggetto di attenzione da parte degli organi disciplinari forensi, probabilmente perché i componenti di  quelli stessi organi erano proprio quei professionisti che, godendo di clientela molito spesso derivante da rendita di ruolo, ovvero banche ed assicurazioni, non avrebbero potuto auto sottoporsi a procedimento disciplinare.

Ma, abolite le tariffe, i cosiddetti “poteri forti”, non proprio associazioni onlus dedicate al bene dell’umanità, grazie alla liberalizzazione, obbligarono quelli stessi studi a stipulare convenzioni con onorari  ancora più bassi, al di sotto dei minimi e dei parametri ed insomma costrinsero i grandi e piccoli gerarchi delle istituzioni forensi e satelliti contigui a sottostare non solo al potere esecutivo ma ai loro stessi clienti.

Tant’è che, per integrare le diminuite rendite di posizione, quelli studi dovettero iniziare a maturare l’idea di farsi un’altra rendita con i soldi di quelli a cui invece non solo era, già da tempo, rimasta una fetta quasi trasparente della torta, ma avrebbero dovuto dividerla, ottenendo un profitto inferiore alla materia prima per garantire la libera concorrenza!!! E così si alzarono i contributi di iscrizione alla cassa, si fecero giornali inutili per tenere buoni i poteri forti e si attribuirono lauti stipendi con i danari provenienti da coloro che avrebbero dovuto dividersi la fetta di torta trasparente.

Ma questo non bastò e tornando ai tempi dell’università, riaprirono il codice civile e  vi scoprirono una norma che faceva al caso loro: l’art. 2233!!! Un professionista non può essere sottopagato. Ha diritto ad un equo compenso. Perché la figura non è più quella del professionista del codice del consumo, ma da professionista è diventato anche consumatore e deve essere protetto.

Non sia mai che l’equo compenso spetti a tutti però. Spetta solo a quelli studi che hanno incarichi da banche, assicurazioni ed enti pubblici!!!

Qualcun altro in parlamento pensò che, messa così la modifica dell’art. 2223, sarebbe stata sfacciatamente parziale , quasi una norma ad personam di memoria berlusconiana. E quindi presentò un altro disegno di legge per cui non doveva distinguersi tra contratti professionali con poteri dominanti ed altri, ma l’equo compenso doveva essere garantito, bontà loro a tutti gli avvocati.

Ancora non si sa quale disegno sarà approvato se mai lo sarà.  Ma già, cavalcando l’onda, la nomenclatura istituzionale forense mira a far credere che il disegno di legge, quale sia quello che fosse approvato, sarebbe una vittoria dell’avvocatura e  delle sue istituzioni forensi  tornate al pari livello della magistratura nei rapporti con il potere esecutivo.

Invero, se passasse il disegno di legge Sgambato n. 3745 l’equo compenso, sarebbe la manifestazione ancor più evidente, se ancora si dubitasse, dello sgretolamento dell’avvocatura e la “vittoria” sarebbe di quella stessa avvocatura impotente, coscientemente impotente, deliberatamente e volutamente sottomessa ai poteri forti, che giunge al compromesso politico in favore di se stessa e mai dei giovani e della base; quella avvocatura istituzionale che, quando si vede sgretolare il terreno sotto i piedi per l’inettitudine attraverso cui ha servito i poteri forti e la politica, sotto il simulacro della toga, come trapezista circense, fingendosi protettore della categoria che rappresenta ma che non esiste più, se non nella fantasia di pochi gerarchi ormai alla fine dell’impero e senza soldati con cui combattere, impunemente raschia il fondo del barile e protegge solo pochi autoelettisi, quelli stessi che possono godere di incarichi a convenzione con Banche, assicurazioni ed enti pubblici.

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Un’avvocatura sciatta, incapace di interpretazione e costruzione legislativa che, anziché essere un baluardo di difesa della organicità di un sistema legislativo che non contraddica continuamente se stesso, si fa garante della sua schizofrenia iperproduttiva per fini che non sono né sociali né di categoria,ma personali e di pochi.

La stessa avvocatura che ha ipotizzato che l’abolizione delle tariffe minime costringesse il professionista ad adeguarsi al tempo ed al mercato ed a diventare imprenditore  di se stesso, imprenditore che non avrebbe potuto avere una posizione dominante con il consumatore protetto dal codice del consumo e poi, di nuovo professionista consumatore nei rapporti con i poteri forti. Ma professionisti consumatori sono solo i professionisti che hanno incarichi da assicurazioni, banche ed enti pubblici, gli altri rimangono professionisti in posizione dominante e garanti del libero mercato e della concorrenza da supermercato!!!

Ma ormai è finito il tempo di lamentarsi: occorre che gi esclusi si ribellino, posto che, alla schizofrenica iperproduttività legislativa antisistemica, contribuisce proprio quella altra parte di avvocatura che dovrebbe rappresentare l’intera categoria ed invece rappresenta solo se stessa ed i suoi interessi economici e che, anziché ribellarsi e contribuire attivamente e disinteressatamente alla produzione della legislazione in materia, ora si sottomette al potere esecutivo, ora si inciucia, ora fa accordi sottobanco, ora appoggia il potere, ma mai agisce con la dignità e la forza necessaria all’interesse dell’intera categoria, pur proclamando la inesistente unità della categoria e fingendo di farsene portavoce.

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