Caduto “L’Olimpo mediatico” della magistratura italiana?

15 giugno, 2019 | Autore : |

Di Luciano Petrullo

Lo scandalo Palamara ha un indubbio merito, quello, cioè, di aver italianizzati i nostri dei. Davigo, da qualche settimana assente ingiustificato dalla scena dei moralizzatori e fustigatori dei mortali, intesi come genere umano distinto da quello semidivino dei magistrati, potrebbe parlarci di un virus clandestinamente inoculato nel sangue dei giudici. Ma, in attesa del responso davighiano, cogliamo l’occasione per parlare del genere “giudice”.
Il giudice è un concentrato di autorità che sprigiona durante tutto l’arco della giornata, con forti concentrazioni nel corso delle diversissime udienze che caratterizzano i processi, sia civili che penali.
In genere il magistrato affronta l’udienza come un sacrificio necessario, reso più penoso dalla presenza degli avvocati, gli inutili orpelli della giustizia, abbrutiti peraltro da riforme processuali che hanno ridotto la loro resistenza alle intemperie al minimo sufficiente per sopravvivere e resi deboli dalla caduta verticale dei guadagni.
Ognuno ha le sue abitudini o prassi, cui bisogna adeguarsi subito, quasi fossero comandamenti incisi su bibliche tavole.
Qualcuno è anche tendente allo spiritoso e questo giustifica grasse risate dalla platea degli avvocati.
Talvolta l’udienza, specie se collegiale, riproduce lo schema della classe di scuola, con l’insegnante alla cattedra e gli avvocati nel ruolo degli alunni. Non di rado infatti il professor-giudice deve riportare il silenzio con richiami secchi e talvolta adirati.
Il magistrato può sospendere l’udienza a suo piacimento, perchè, a differenza delle lezioni di scuola, lui non ha orari stabiliti se non i suoi che sono diretta conseguenza dei suoi impegni personali o di ufficio.
Il magistrato non ha obblighi: può saltare un’udienza o due o tre, può depositare un provvedimento bissando il termine previsto o addirittura firmarne altri secondo una tempistica imprevedibile, forse, appunto, perchè divina.
I modi sono secchi, se non bruschi, talvolta irritanti, ma non facciamogliene una colpa: il magistrato neanche se ne accorge, immerso, come è, in realtà superiori.
Non ti guarda negli occhi, per non trasmettere le sue sensazioni, ma in genere più è sfuggente lo sguardo, più severo il provvedimento che ha in mente, e chissà perchè.
Il magistrato si accompagna in genere ai suoi colleghi, di rado ad altri, mai con gli avvocati perchè non si pensi che possa vivere momenti di caduta così plateali.
Riconosce solo la sua autorevolezza, o quella di qualche collega, molto difficilmente quella di un avvocato, perchè non si pensi che possa rimanerne condizionato.
Nella vita normale approccia le situazioni con la stessa autorità, che, evidentemente, lo segue anche al bagno, non disdegna qualche compromesso e, se gli capita di violare una regola, temo che nella sua testa si incrocino sentimenti di forte rimorso e irrefrenabile goduria.
Anche se da giovani sono irreprensibili, con l’età si adagiano, capendo come sia facile vivere consapevolmente da magistrato, cioè come un Dio in terra.
Evidentemente non è sempre così. E, quando ne conosci uno fuori dello schema, ti meravigli, ti rallegri e vedi il mondo con occhi meno tristi e più speranzosi. Ma accade troppo di rado, purtroppo.
Ma poi arriva Palamara e il suo ristretto circolo e si ritorna tutti italiani.
Grazie Palamara, verso di te un debito di riconoscenza, hai ucciso il semidio, che ora è nudo e indeciso sull’atteggiamento da assumere. Ma ditelo a Davigo che può tornare fra noi: gli italiani capiscono, oh!, se capiscono.

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