AVVOCATURA E CRISI DEI REDDITI. LA QUESTIONE MERIDIONALE ESISTE E VA AFFRONTATA.

2 agosto, 2018 | Autore : |

Incrociando i dati tra le anticipazioni del rapporto SVIMEZ 2018, che analizza la drammatica situazione del mezzogiorno d’Italia, con il rapporto CENSIS 2018 sull’avvocatura, emergono correlazioni in parte già affrontate, in parte sicuramente da sottolineare ancora.

 

In particolare l’ultimo rapporto CENSIS mostra una perdita di potere d’acquisto del reddito, per gli avvocati italiani iscritti alla Cassa Forense, dl 1996 al 2016, del 29%. In pratica in venti anni l’avvocatura ha perso quasi un terzo del potere di acquisto generato dai suoi redditi.  Leggermente diversa la situazione se si guarda al dato sul reddito calcolato in base alla totalità degli iscritti all’albo che risulta cresciuta nel periodo considerato, da circa 32 mila a circa 38 mila euro l’anno. In questo caso la perdita stimata del potere d’acquisto è stata del 15%.

 

Dice ancora il rapporto:

L’analisi delle dinamiche dei redditi può assumere maggiore significato e interesse se confrontata agli andamenti dei valori relativi al PIL pro-capite nazionale tra il 1997 e il 2016.
Il grafico 6 riporta il dettaglio delle variazioni annue e le relative linee di tendenza.
Dai dati considerati, nonostante una maggiore variabilità nei singoli anni, degli andamenti dei redditi degli avvocati, le linee di tendenza basate sulla variazione media annua evidenziano un parallelismo quasi completo.
Si può quindi affermare che la professione presenta un andamento dei livelli di reddito connessa in maniera piuttosto coerente al ciclo economico e alle dinamiche della produzione della ricchezza nazionale.

 

Esiste però una tabella che meglio di ogni altra fotografa la spaccatura reddituale presente all’interno dell’avvocatura italiana ed ho voluto rappresentarla differenziando due aree del paese, per rendere meglio il senso di quello che affermo da tempo, quando dico che la massificazione della professione è il fattore che più di ogni altro incide sulla sua squalificazione.

 

 

Si noti la diversità delle variazioni percentuali. Nelle regioni povere del sud la scure si è abbattuta anche del 30% in un solo anno. Si arriva addirittura a registrare un – 35% in Calabria, nel 2013, rispetto al 2012. Secondo le nostre istituzioni forensi la crisi non merita di comparire all’interno del prossimo Congresso Nazionale Forense. Ci raccontano che va tutto bene e che con tanta formazione, con i bandi della Cassa Forense, con Andre Mascherin finalmente entrato in Costituzione, ritorneremo ai fasti di un tempo. E’ tutto clamorosamente falso. I numeri raccontano altro, una vera ecatombe, e quel che è peggio è che, se si esclude l’Abruzzo, che nel 2016 ha fatto segnare un + 6,2% rispetto al 2015, nessuna delle aree di disagio presenti nel sud Italia lascia intravedere speranze di un’inversione strutturale del trend.

 

Altra tabella, altro spaccato che rende visivamente le dimensioni della spaccatura tra due Italie.

 

Ecco, non ci sarebbe nemmeno bisogno di scrivere per rendersi conto che la questione reddituale meridionale è un’emergenza drammatica per la nostra professione. I grafici spesso sanno rendere meglio di ogni discorso l’entità delle situazioni.

 

Se peraltro lo scarto dalla media non fosse reso sufficientemente dalle colonne, forse i numeri possono dare un ulteriore elemento che tolga ogni dubbio a chi racconta una decorosa avvocatura che non c’è. Il rapporto prende in considerazione il 2016, come ultima annata disponibile. Ecco le cifre dell’apocalisse:

Abruzzo – 32%. Molise – 49%. Campania – 35%. Puglia – 41%. Basilicata – 46%. Calabria – 54%. Sicilia – 42%. Sardegna – 29%. Questo lo scarto medio dei redditi degli avvocati del sud e delle isole rispetto alla media reddituale nazionale.

Numeri che dichiarano la bancarotta dell’avvocatura meridionale e insulare, ma che sbugiardano anche qualche personaggio particolarmente ossequiato dal racconto fasullo propinato agli avvocati italiani. Penso in particolare al mio grandissimo amico Nunzio Luciano, che racconta del suo Molise, di come lo stia facendo grande, di tutte le belle cose che sta facendo per l’avvocatura molisana in Cassa Forense. E’ vero, ha ragione, i colleghi molisani gli devono tutto. Solo nel 2016 guadagnavano il 49% in meno di quanto in media guadagni un avvocato italiano. Ovviamente questo dato non comprende il nostro Nunzio, che con la sua indennità di carica, che nel 2016 era di circa 70 mila euro e che attualmente si è “adeguata” (cit.) a 92 mila euro all’anno (poveraccio), sicuramente può dormire sonni tranquilli, per lui e per la sua famiglia.

 

Altrettanto però non possono dire gli avvocati italiani, che sono stufi di farsi prendere in giro da rappresentanti cialtroni. Il dovere di chi fa politica forense oggi in Italia è di risolvere il problema, la tragedia, il dramma che sta vivendo la nostra professione, che ha priorità assoluta e che impone di vedere che i giovani, le donne e gli avvocati del sud e delle isole stanno morendo. Ogni altra considerazione è offensiva, criminale e va combattuta con tutta la forza di verità di cui ancora disponiamo.

 

Avv. Salvatore Lucignano

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