QUANTO INCIDONO LE LEGGI DI “MARFI”?

8 maggio, 2018 | Autore : |

Pochi forse sapranno che il delizioso Tre uomini in barca (per non parlar del cane), è uno dei precursori delle leggi di Murphy. Infatti, già nella chiusura del bagaglio, mentre i tre eroi del Tamigi stipano ogni oggetto possibile all’interno di una delle valigie, Harris, o forse George – non ricordo bene – risponde all’altro, che esprime ad alta voce l’auspicio che non si rompa nulla, che se qualcosa si sarebbe dovuto rompere… beh… si sarebbe rotto!

Ecco, questa è la legge di Marfi, ovvero quel complesso di considerazioni ciniche, ironiche, a volte caricaturali, che fa ritenere le catastrofi, o gli eventi indesiderati, come fatti ineluttabili. Anche la declinazione di Murphy in “Marfi” è figlia delle sue leggi e mostra quanto la degenerazione del significato sia indipendente dalle fonti.

 

Come agisce la legge di Marfi all’interno dell’avvocatura italiana? Direi che lo fa in molti modi. Sicuramente una delle leggi costantemente verificate nel nostro ambiente è la seguente:

1. Se ad un’elezione si presentano degli avvocati impegnati e competenti, insieme ad altri disimpegnati ed incompetenti, fatalmente i secondi riusciranno a prevalere sui primi. 

Si narra che Paolo Borsellino raccontasse la mafia come un concorso in magistratura in cui concorrevano tre candidati. Il primo, bravissimo e preparato, il secondo, pieno di titoli altisonanti, ed il terzo, ovvero un fesso. Borsellino esclamava che laddove esisteva la mafia, il posto sarebbe andato al fesso.

L’avvocatura italiana è questo: abbiamo una classe che osanna il potere, accettando di servire chi è messo in condizione di comandare. I nostri colleghi ignorano il merito, la competenza e l’impegno, anzi… non di rado ne sono infastiditi, attribuendo a tali caratteristiche l’etichetta di “snob”, e i fessi, quanto più sono fessi, vengono sostenuti, forse perché appaiono vicini ai fessi che li votano.

 

Un altro aspetto della legge di Marfi che possiamo riscontrare in questa malconcia categoria di imbecilli è il prevalere dei responsabili dei disastri, a fronte di chi li indica ed offre soluzioni per superarli.

2. Se gli avvocati devono scegliere tra i responsabili dei loro disastri e chi denuncia tali disastri, tenderanno a scegliere i primi. 

E’ l’aspetto di Marfi che tanto bene fa alla conservazione dello status quo. Gli avvocati italiani sono in larga parte stupidi, in larghissima parte ignoranti e fondamentalmente vigliacchi. La conservazione dell’esistente, la tendenza a conformarsi con quello che già c’era, la diffidenza verso i giovani, i nuovi, gli altri, è insita nel loro DNA. Tutto ciò si traduce in un atteggiamento tradizionalista e pigro, che esalta l’imbecillità della specie, favorendone l’estinzione.

Gli avvocati italiani amano essere blanditi. Adorano i cretini e gli approfittatori che li lodano, detestano le persone serie e competenti che li criticano. Nulla fa imbestialire maggiormente un avvocato incapace e disonesto che un’accusa di incapacità e disonestà alla categoria degli avvocati. Ogni volta che un esponente della società italiana esprime una tale valutazione, la levata di scudi degli incapaci e dei disonesti è veemente, con punte di lirico eroismo. Comunicati, interrogazioni parlamentari, minacce di scioperi e astensioni… tutti si mobilitano per difendere la reputazione del gregge, incuranti che essa è quel che è, in ragione di come il gregge realmente è.

3. Se ad un’elezione si presentano due avvocati, uno che blandisce e loda i suoi elettori, per fini personali, ed un altro che li critica, per fini altruistici, fatalmente gli avvocati sceglieranno il primo. 

 

 

Le leggi di Marfi sono leggi di inefficienza politica. Disegnano un quadro decadente, consegnano un affresco a tinte fosche di una massa di antieroi, buoni a nulla e capaci di qualsiasi nefandezza. La necessaria conseguenza di tali premesse non può che essere il prevalere di una classe dirigente di scarso livello qualitativo, pavida, conservatrice ed autoreferenziale, pronta a solleticare gli istinti ancestrali della canaglia. Effettivamente è ciò che accade ed anche quel che ci meritiamo. Se per prendere i voti degli avvocati devi dirgli che sono bravi, che fanno le cose giuste, che sono intelligenti, che votano bene e hanno sempre votato bene, è normale che devi assecondare la continuazione dell’esistente. Se l’avvocato, per fare il suo bene, è costretto a mutare radicalmente la sua natura, abbandonando le leggi di Marfi che lo relegano nella contenta servitù, è ovvio che le possibilità che ciò accada si riducono moltissimo.

4. Se le premesse perché l’avvocatura sia una professione di merda, composta da avvocati di merda e governata da una classe dirigente di merda, sono effettive, allora l’avvocatura resterà effettivamente nella merda. 

 

 

La 4 è una delle leggi di Marfi più ostiche da comprendere per gli adoratori dell’inciucio. Nelle puntate precedenti ho cominciato a soffermarmi sull’inutilità del chiacchiericcio, ai fini dell’elevazione politica della classe forense italiana. Se avessi voluto essere più sprezzante avrei tranquillamente potuto parlare di “dannosità” dell’inciucio, non fermandomi all’inutilità. L’inciucio, il chiacchiericcio, la “petit querelle”, che noi napoletani abbiamo ribattezzato “putecarella” (ovvero… piccola bottega), è uno dei grandi alibi della politica forense contemporanea. Mentre i dominatori dell’avvocatura si spartiscono potere, soldi, mandati, cariche politiche, entrature, medaglie e testatici, la canaglia chiacchiera, inciucia, fa putecarelle.

5. Se un avvocato è inculato da un potente invisibile e distante, ed ha al suo fianco un collega che lotta contro quel potente in modo visibile, quanto più è coglione tanto più si disinteresserà del potente che lo incula, per concentrarsi sulle critiche al collega che lotta per liberarlo dall’inculatura del potente. 

 

La 5 è nettamente empirica. L’avvocato di Marfi passa i giorni girandosi i pollici, magari cogitando sui suoi insuccessi personali, professionali, politici. Magari non ha figli, non ha clienti, non ha mai avuto molti voti in una elezione forense, è un emarginato. Cosa accade? Cosa spiega la legge n. 5? Semplice! L’avvocato emarginato, quel che io ho definito “CESSAGIO”, ovvero un sinolo tra un cesso e il disagio, per poter dimostrare all’universo di non essere un cessagio, deve poter parlare di qualcosa. La partecipazione al chiacchiericcio, all’inciucio, alla putecarella, diviene l’unico momento in cui il cessagio può superare la sua miserabile condizione di fallito e dunque il cessagio necessita di un feticcio contro cui sfogare le proprie frustrazioni. Prende così forma una delle peggiori degenerazioni della politica contemporanea, ovvero lo sfogo di massa dei cessagi. Il cessagio ignora il potente che lo incula, solo perché è silente e lontano. Non potendo avere un riscontro diretto, non potendo polemizzare e ricavare così un lenitivo che lo sollevi momentaneamente dalla sua condizione di dolore esistenziale, il cessagio comincia a ricercare ossessivamente lo scontro con chi gli è vicino. Il processo di psicosi dell’avvocato cessagio si nutre di tutti gli elementi tipici che caratterizzano i casi psichiatrici descritti dalla letteratura classica.

 

Il cessagio comincia con l’esaltare chi gli sta accanto in modo più proficuo di quanto faccia lui. Questa è la fase 1. In questa fase il cessagio vede una possibilità di riscatto nella partecipazione, nel proprio coinvolgimento e dunque si unisce a chi cerca di liberarlo dalla sua schiavitù.

La fase 2 è quella della consapevolezza, del triste ritorno alla realtà. Una volta che il cessagio si rende conto che stare al fianco di chi si batte per lui non consente comunque di acquisire capacità, avviene il “down”. All’esaltazione originaria segue la depressione. Il cessagio realizza di essere un cessagio, anche se si unisce a chi è migliore di lui e lotta per lui.

A quel punto comincia la fase 3. Non potendo più accrescere il proprio ego in un contesto collettivo in cui il cessagio viene riconosciuto come tale, per riottenere un briciolo di attenzione il cessagio è costretto a costruirsi realtà a misura di cessagio, di cui sia assoluto protagonista. Ecco dunque il proliferare di soggetti ed aggregazioni di infima qualità, in cui la competenza sia bandita ed il disagio trionfi. Nessuno, in queste compagini, deve poter fare ombra al cessagio. Si instaura una perversa selezione inversa, che porta il cessagio a scegliere altri cessagi per fargli compagnia, nell’ossessiva ricerca di un anestetico per la propria insoddisfazione perenne.

 

La fase 4 è quella che esprime il trionfo della cessagità. Il cessagio va alla ricerca del capro espiatorio. Dimentico del potere che lo incula, troppo distante per poter essere affrontato con dei feedback in grado di acquietare il suo dolore, il cessagio si rivolta contro il suo liberatore, accusando lui di tutte le proprie inadeguatezze. Il transfer è evidente, quanto grottesco. “Se non sono riuscito ad affermarmi accanto a te non è perché sono un cessagio, ma perché tu sei cattivo. Tu sei il vero nemico, non il potente che mi incula“.

 

L’anatomia della distruttività umana non può ignorare i meccanismi dell’autodistruzione. Leggi di Marfi e fenomenologia del cessagio ne sono esempi di scuola.

Avv. Salvatore Lucignano

 

 

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