QUALE BASE PER L’ALTEZZA?

6 maggio, 2018 | Autore : |

 

La battaglia dell’avvocatura di base è solo un sogno. Nei fatti l’avvocatura di base non ha mai inteso combattere una battaglia, ma al massimo tante piccole lotte, per la supremazia in contesti limitati, fatalmente limitanti. Si continua a coltivare l’idea che essere vicini all’avvocatura di base voglia dire esprimere valori corrotti: banalità, qualunquismo, chiacchiericcio. La progettualità dell’avvocatura dominata dall’istituzionalizzazione forense, in questi ultimi 5 anni, è stata di scarso valore. Poche sono state le proposte oggettivamente valide e quanto ai contenitori, non si sono fatti significativi passi in avanti verso la costruzione di soggetti credibili, di dimensioni e struttura idonee a lottare contro il sistema.

Agli avvocati di base piace sfogarsi su facebook. Il voto è quasi sempre una conseguenza di logiche che ripudiano la politica, rivolgendosi piuttosto agli amici, ai clientes, ai sodali o ai padrini. Sono cose di cui abbiamo già discusso, molte volte. La sublimazione di questi atteggiamenti consiste nella ricerca di eroi. Si prova ad invocare figure mitologiche, capaci di sconfiggere il male, con la sola imposizione delle mani. Allo stesso tempo si punisce la volontà di sottrarsi all’inciucio, all’inconcludenza, quasi come se la ricerca di uno studio o di una serietà maggiore siano segnali di snobismo. Siamo alla dimensione politica dei social network, superata dalla degenerazione qualitativa del mezzo.

Quali sono i risultati di queste premesse? Sicuramente la scarsità di figure politiche davvero degne di stima, ma anche una bulimia cazzoide di conversazioni socialiche, ormai prive di qualsiasi senso, costrutto, filo logico. Per questo occorre recuperare una dimensione pudica dell’esposizione politica, più rivolta alla qualità che alla quantità. I processi di aggregazione dell’avvocatura di base non possono non passare da una scelta che cerchi di elevare il livello dell’interlocuzione e degli interlocutori. Tutto ciò non può essere ottenuto senza uno sguardo serio, autocritico, onesto, che indaghi sui valori intellettuali e politici espressi dall’avvocatura di base.

 

C’è una sorta di vocazione a distruggere, espressa dalla parte più debole dell’avvocatura italiana, che si nutre di meccanismi che non possono più essere incoraggiati. L’idea che tutto ciò che venga espresso, da chiunque provenga, assuma lo stesso valore o significato, ha trasformato la politica forense 3.0 nel regno della più totale irrazionalità. Un avvocato che voglia seriamente sottrarsi a questa deriva deve dunque, in primo luogo, selezionare i suoi interlocutori. Non è possibile confondere l’attenzione alle problematiche di tutti i colleghi, con l’elevazione di qualsiasi insensatezza al rango di oggetto di discussione. Non possiamo più confondere il dovere di comunicazione con il suo degrado, attraverso una marea di osservazioni ed opinioni banali, contingenti, figlie e schiave dell’abitudine, più che partorite dal pensiero profondo. Siamo giunti ad un momento della storia della professione forense in cui si sente in modo irrinunciabile il bisogno di idee ed azioni selettive, che possano aiutarci ad innalzare il livello dell’attività politica, piuttosto che assecondarne l’abbassamento.

Siamo giunti ad un momento in cui la sparizione dell’inciucio, del frastuono, dell’inutile, è condizione imprescindibile per poter tentare di costruire l’utile, il sensato, il progressivo. I canali del pensiero politico non possono passare per l’appiattimento. Esternare, discutere, presenziare, proporre, devono ritornare ad essere attività elettive, punti di arrivo generati da processi che testimonino la ricchezza delle idee. Serve un ripudio della sovraesposizione, una profondissima rivalutazione del tempo, del silenzio, della pausa, una riscoperta della tranquillità, della periferia espressiva, del dibattito interiore.

Avv. Salvatore Lucignano

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