“DA GRANDE FARO’ IL CONSIGLIERE, IL CONSIGLIERE, IL CONSIGLIERE!”

29 Dicembre, 2016 | Autore : |

Sono come il draghetto del famoso cartone: “Grisù”.  Sono tutti ansiosi di sacrificarsi per i colleghi, purché lo possano fare all’interno del Consiglio dell’Ordine. Hanno miriadi di battaglie da combattere, ma solo quando sarà il momento. Possono fare decine e decine di denunce ma… solo dall’interno. Vogliono cambiare le cose, salvare l’avvocatura, osteggiare questa deriva, portata avanti dagli attuali Consiglieri, che sono cattivi, cattivissimi, una vera iattura e dunque la cosa migliore da fare è votarli, o lavorare con loro, o meglio “sotto” di loro.

Sono i fautori della politica del sacrificio “cum carica”. La politica per loro è incarico e carica. Sono come i dormienti della notte dei candidati viventi. Sottoterra per anni, fino a quando le elezioni per il Consiglio dell’Ordine si appressano. Allora, come germogli, scaldati dal caldo sole della primavera, rifioriscono, rinascono, e tutta la passione civile, la competenza, la voglia di battersi per l’avvocatura… si dispiega, in tutto il suo splendore.

Il tutto, si badi, solo per potersi sacrificare. E’ una folle corsa al sacrificio, che comporta anni ed anni di dura gavetta. Cominciano a sacrificarsi fin da piccoli, tentando di capire come funziona il sistema, la “Cosa Nostra” dell’avvocatura italiana. Fanno tutta la trafila: si accucciano ai piedi di qualche Consigliere anziano, imparano a tacere, a posticipare le battaglie che salveranno la professione forense, a sostenere in privato ogni forma di cambiamento, purché in pubblico appaiano salde colonne dell’istituzionalizzazione. Tutto ciò che passa tra un’elezione e l’altra è paragonabile al vuoto del quadriennio olimpico, per un atleta di quegli sport che vivono un mese ogni quattro anni, quelli che non hai mai sentito nominare, a cui la Gazzetta dedica due righe in venticinquesima pagina, giusto per non condannarli all’estinzione.

 

Ore 3.30 del 29 dicembre 2016. Sardonico.

Continuo a studiare e a lavorare. La notte è sempre stata amica dei miei sforzi intellettuali, di notte ho sempre dato il meglio di me. Passo in rassegna i verbali pubblicati sul sito internet del Consiglio dell’Ordine di Napoli, prendo appunti, studio regolamenti e incarichi, collego nomi e cognomi, ricostruisco fili e intrecci, scorgo i volti di fidi paperotti in attesa della tanto agognata promozione al soglio consiliare e frattanto… penso alla mia professione, a tre anni di durissima battaglia, ai colleghi che in Nuova Avvocatura Democratica combattono. Sorrido.

 

 

“Da grande farò il Consigliere!” Mi pare di vederli… intrisi di una cultura quasi millenaria. Ore ed ore passate a sorseggiare aperitivi e una pazza voglia di sacrificarsi. Provo a immedesimarmi nella sofferenza, immagino l’Organismo per la crisi da sovraindebitamento, gli arbitrati, i mandati derivanti dalla contiguità tra istituzione e politica, tra istituzione ed economia. Soffrono. Soffrono molto. Mediazioni, incarichi dalla fallimentare, i salotti buoni di quelli che un tempo erano i canali privilegiati per l’accumulo del reddito. Incarichi, incarichi a pacchi, come si usava una volta, per i cari studiosi che si occupavano di R.C.A.

Esiste ancora l’R.C.A. Abbiamo anche la commissione che si occupa di R. C. Studiosi di fame internazionale e chi crede che sia un refuso… è uno zuzzurellone. “Avvocà… voi dovete dire che io venivo da destra…” e un tanto a me, un tanto a te, un tanto al perito, e via, il decoro dell’avvocatura, sempre in primo piano. Il Consiglio vigila. Altissimo elemento di deontologia, bastione di sapienza, centro e motore immobile di purezza. Emblema delle virtù teologali, cardinali, ordinali e cambiali.

 

 

I draghetti intanto aspettano. Aspettano il proprio turno di sacrificarsi, ma quelli… di smetterla di sacrificarsi, non hanno proprio voglia. Le draghette non sono da meno. Ci sono le intellettuali delle associazioni fedeli, quelle che una volta, con spirito goliardico, ho definito con una locuzione composita, attinente alla dote peculiare delle donne esperte nell’arte della fellatio, che continuano a macinare chilometri. Presenti ai convegni, piene e ricoperte di crediti formativi, da capo a piedi, aspettano che i sacrificati le chiamino. Allora spuntano da sotto alle loro scrivanie, si ergono, in tutto il proprio decoroso percorso, umano, professionale e politico, e con spirito di servizio si lasciano cooptare nel sancta sanctorum del sacrificio. Sono le vestali delle “associazioni del libero Foro”.  Vestali, forse meglio dire vestaglie… o mutande, dal latino: mutandis. E meno male che ci sono associazioni non riconosciute, che se scatta il reato ci scappa anche il carcere duro. Ironie a parte, è un surreale grand guignol, un calderone di insensatezza, in cui la ragionevolezza della libertà individuale appassisce.

Il percorso che porta al sacrificio è disumanizzante. Si diventa espressioni patetiche di una spasmodica attesa dell’evento salvifico, quel giorno in cui i giganti che tengono relazioni orali in convegni fantasma, piuttosto che chiedere l’attribuzione di un valore formativo ai propri incontri, possano finalmente attribuirselo “motu proprio”. E’ come il capo dell’Organismo totalitario dell’avvocatura italiana, che è anche il mio supremo giudice disciplinare. E non vedo l’ora che arrivino… i disciplinari… così ci fronteggeremo e sarà molto, molto divertente.

 

Atto nuovo, scena plurima. Ore 3,53.

Asso frattanto non dorme più sulle mie gambe, Giulia ha mangiato di nuovo dalla mamma, fuori infuria la tempesta di vento, ma il buio della notte è sempre affascinante, ed io continuo a scrivere, ignaro dei sacrifici. All’improvviso… un diavoletto si materializza sul tavolino di fronte a me. Il sottofondo goffo della storia del soldato mi convince che si tratta proprio di lui, del mio amico Belzebù.

 

“E allora devi sacrificarti anche tu”, ingiunge il folletto, di fattezze palesemente demoniache. Gli servono i voti di Nuova Avvocatura Democratica, gli servono alleati per il soglio sacrificale.

“Ma chi, io?” si permette di opporre il povero Ismaele. “Ma io ce l’ho già un mestiere, io faccio l’avvocato, non me ne serve un altro…”

“Ma scusa… ma tu non sei ansioso di combattere per l’avvocatura? Non vuoi cambiare le cose? E allora… le elezioni, il Consiglio… devi fare il Consigliere, il Consigliere, il Consigliere! Da grande tu devi fare il Consigliere” Mi sta mostrando le terre, proprio da lassù, dalla rupe. Per mia fortuna non ho ancora cominciato a digiunare, assieme a Ciro Sasso e Giuseppe Scarpa, altrimenti potrei cedere…

“Ma io non sono degno e poi ho da combattere per l’avvocatura, contrastarne la deriva autoritaria e padronale, suggerire riforme che ci consentano di superare la crisi, dare anima, voce e corpo a proteste e proposte che ho realizzato in questi anni, a centinaia…”

“Sciocchezze. E’ lì, nelle stanze dell’estremo sacrificio, che si svolge il tuo destino. Vieni a sacrificarti con noi, andiamo tutti all’assalto del sacrificio consiliare. Sarà una bellissima orgia di sacrificio. Avremo anche i gettoni e se la Madonna di Piedigrotta ci assiste… Savè… anche noi avremo una indennità da 90 mila euro all’anno, come Mascherin. E poi pensa, potremo andare alla Cassa, diventare ricchi, e combattere il male, per l’eternità, sfidando il limite di mandati”.

“E’ un sogno. Vai via, spirito maligno… lasciami lottare per la mia professione.”

E allora il Padre celeste mi ha mandato due angeli, dalle enormi tette e dal culo tondo, a portarmi pane e Nutella ed io mi sfamai.

 

Ma intanto, i paperi? E i paperi che possono fare? “QUA, QUA, QUA”. Conosco persino un papero che dice che tutti, nella vita dovrebbero fare il Consigliere. E’ un’esperienza catartica. Quel sacrificio, quello spirito di servizio, quelle battaglie per il decoro del salotto di casa…

“La politica? No, non mi interessa. A proposito, quando ci sono le prossime elezioni?”

 

Sogni. Sonatine. Scenari lugubri, tenzoni medievali, stornelli con armonie dissonanti. Igor suona, il balletto del soldato va avanti. Ottoni e fiati a perdifiato.  Il caotico magma del sacrificio consiliare avanza, avvolgendo nel suo manto nero ogni barlume di umanità.

 

E’ tardi. Termino il mio canto funebre, non devo lasciarlo imperfetto. Lacrimosa.

 

 

 

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