LE PALLINE DEL FLIPPER OVVERO IL MURO DI GOMMA

20 Dicembre, 2016 | Autore : |

L’immagine è emersa nelle riunioni del nostro direttivo nazionale, tenute in questi giorni, da parte del delegato Scarpa, anche detto “il burbero barbuto”. Mi ha subito colpito, perché si tratta di uno dei (tanti) colpi di genio di questo avvocato napoletano, con cui ho condiviso e condivido tante battaglie di libertà dell’avvocatura dal regime di vecchi ignoranti che la comanda. Cosa è dunque il sistema “palline del flipper”? Molto semplice, si tratta di ciò che il regime dell’istituzionalizzazione forense sta facendo agli avvocati estranei ovvero ostili al sistema: ignorare ogni forma di protesta, cestinare ricorsi e reclami, far calare il silenzio sulle mille accuse rivolte dai pochissimi avvocati italiani che si oppongono, confidando che l’inerzia e il silenzio dei 200 mila colleghi del tutto disinteressati agli abusi, alle ruberie e all’analfabetismo dei rappresentanti “istituzionali” e associativi faccia il resto.

 

In Italia quando ero ragazzo uscì un film di Marco Risi: “Il muro di gomma”, che mi fece conoscere un’espressione che non avevo mai sentito. Ricordo bene che quando capii cosa era “il muro di gomma” rimasi stranamente affascinato dal concetto: l’idea che l’autorità istituzionale preposta a far conoscere la verità e a far emergere la giustizia, si comporti invece come un muro inscalfibile, fatto di gomma, che si lasci rimbalzare addosso ogni sforzo volto a farlo crollare. Ecco, il regime dell’istituzionalizzazione forense, con la sua corte di ciambellani, associazioni, giornaletti e radioline di regime, si comporta esattamente allo stesso modo.

 

Mentre scrivo questo articolo la mia piccola mente trova altre immagini evocative per definire i nostri rappresentanti che – mi perdonino i colleghi – proprio non riesco a nominare senza accostarci espressioni di disprezzo e disgusto, anche perché ne visualizzo i volti, le (poche) frasi espresse e il livello scimmiesco che ne viene fuori mi provoca, ahimé, un fastidio incontenibile.

L’uomo ritratto in questa foto è John Gotti, detto anche “Il boss di teflon”. Era detto così perché tutte le accuse ed i processi imbastiti dall’FBI per inchiodarlo alle sue responsabilità criminali, per anni sembrarono scivolargli addosso, come se fosse ricoperto, appunto… di teflon, una plastica usata per ottenere rivestimenti antiaderenti. I nostri rappresentanti istituzionali si comportano esattamente come il buon vecchio John. Le accuse, i ricorsi, le macroscopiche violazioni di ogni regola, il palese disprezzo (in cui io sono maestro sommo, va detto), che ricevono, non sembrano scalfire la propria pervicace inclinazione a coltivare i propri interessi. Il regime ordinistico continua a mantenere in sella, nei grandi fori metropolitani, i soliti, vecchi boss, continua a ignorare le norme che impongono l’alternanza nelle cariche, continua a imporre vincoli e pesi ai colleghi, vendendoli alla politica, in cambio dell’inerzia dello Stato rispetto alla corruzione che domina le istituzioni dell’avvocatura italiana. Le proteste, i ricorsi, le accuse, la distanza, quasi schifata, che molti avvocati perbene riservano ormai a questo circo di buffoni, non incrinano il ghigno sardonico di chi sembra dire: “ehi… fate ciò che volete, tanto qui comando io, gli incarichi sono miei, le indennità, il giornale, le regole, è tutto mio. Voi protestate pure… ma sarà tutto inutile”.

Inutile dire che alla fine, anche il buon vecchio John, pagò il suo conto con la giustizia e finì piuttosto maluccio, ma dubito che i nostri rappresentanti istituzionali, ignoranti come i poveri somari, tanto spesso denigrati dalla vulgata popolare, sappiano come andò a finire la storia del “Don”. Una foto del nostro, scattata dall’FBI nel 2001, può forse però far capire la distanza tra il damerino sprezzante, agghindato con abiti firmati, che si mostrava spavaldo nei processi in TV, e l’uomo, ormai disfatto, che scontava la sua pena in un penitenziario federale.

Torniamo dunque all’inizio e mi scusino i miei colleghi se mi dilungo tanto, ma adoro scrivere, nonostante una palese imperizia nel farlo ed amo pubblicare articoli e riflessioni sul sito di Nuova Avvocatura Democratica. Un sito così allegro, colorato, ricco di notizie, dibattito, documenti, vita intellettuale… ma sto ancora divagando. Un mio grande, grandissimo amico… mi avrebbe definito, con la sua puntuale ironia “Il dottor Divago”.

Torniamo dunque alle palline del flipper, al burbero barbuto, al regime che guarda all’alternativa radicale incarnata da Nuova Avvocatura Democratica con l’arroganza di chi ancora si sente in sella e si comporta da padrone assoluto del vapore. Non vi nascondo, cari miei piccoli lettori, che di fronte a questa protervia, molte volte noi del direttivo, quando ci riuniamo, per pianificare le lotte che stiamo portando avanti, abbiamo una reazione unanime, molto “napoletana” se volete, ma in fondo la nostra associazione nasce e un pò si sviluppa secondo un sentire radicato nella napoletanità. Tale reazione, che un avvocato decoroso non riporterebbe mai in un sito internet, ma che io, che decoroso non ci tengo affatto ad essere posso e voglio riportare, recita, più o meno: “guagliù… noi a questi figli di @@@@ gli dobbiamo rompere ####@#@@@@#@?!?!?!?!!?!?@”.

Siamo arrabbiati, non lo possiamo negare. Il muro di gomma mira a respingere gli attacchi della legalità e di un’avvocatura diversa, le istituzioni forensi continuano ad agire al di sopra di ogni regola e sfuggono al confronto, ma andremo avanti, con forza.

Non siamo però più disposti a fare le palline del flipper, questo no. Non vogliamo più limitarci ad azioni che non scalfiscano il muro, ma esigiamo che la nostra battaglia, che è antropologica, prima che culturale, mandi a gambe all’aria un regime di figuranti che non stimiamo, che non riconosciamo, che ci ripugnano e che vogliamo abbattere, non certo per sostituirci a loro, ma perché se ciò non avverrà, in Italia non nascerà mai l’avvocatura e gli avvocati moriranno, in circostanze assai tragiche.

E’ questa la ragione per cui NAD – Nuova Avvocatura Democratica, nel 2017 intensificherà e radicalizzerà lo scontro, aumentando la distanza tra noi e il regime, mostrando alla cittadinanza, oltre che ai colleghi, che nell’avvocatura italiana è in atto uno scontro tra due modi di essere avvocati, accomunati unicamente dal titolo, ma divisi su tutto, in primo luogo sui valori. Il vecchio barbuto ha ragione: non dobbiamo più restare confinati nel flipper, sballottati tra un Congresso truccato e un reclamo cestinato, tra un giornale e una radiolina di regime, tra associazioni asservite ai loro padrini e Consigli dell’Ordine, in primo luogo quello di Napoli, totalmente integrati nel “sistema”. Noi di NAD abbiamo pure provato ad avere una interlocuzione con elementi del sistema, ci siamo aperti alla prospettiva di un dialogo corretto, ma abbiamo sempre riscontrato mancanza di onore, parole e impegni stravolti, raccomandazioni, firmate dagli esponenti di regime, trattate come carta straccia.

Se vogliamo portare alla caduta del regime dobbiamo colpirli nei gangli di trasmissione della corruzione su cui si reggono questi analfabeti da strapazzo:

  1. attacco al sistema dei crediti formativi, vero mercimonio che consente al sistema ordinistico di coltivare il voto di scambio con i propri adepti;
  2. sistemi elettorali plurali, con quoziente di lista, in modo che i padrini non possano continuare a coltivare rendite maggioritarie, offrendo posti di rappresentanza a burattini e “paperotti” ortodossi, pronti a ringraziarli con ossequiosa obbedienza;
  3. mancato pagamento delle quote di iscrizione all’ordine, perché senza il denaro usato per comprare il consenso, i padrini non potranno continuare a sorridere, sprezzanti, come tanti piccoli boss di teflon;
  4. iniziative eclatanti di protesta, che richiamino la stampa e la cittadinanza. Occorre che la corruzione dell’avvocatura italiana e delle sue istituzioni divenga un problema all’attenzione dell’opinione pubblica. Gli avvocati sono asserviti o indifferenti, dall’avvocatura non può venire alcuna reazione contro il regime. Se vogliamo abbattere questa cupola, abbiamo bisogno che l’aiuto alla nostra spallata ci venga offerto dalla società italiana.

Sarà difficile, ma ce la faremo.

 

 

 

 

 

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