PER L’AVVOCATURA LIBERA IN O.C.F. – PROGETTO E PROGRAMMA

27 giugno, 2018 | Autore : |

PROGRAMMA CONGRESSUALE  PER IL XXXIV CONGRESSO NAZIONALE FORENSE – CATANIA, 4, 5, 6 OTTOBRE 2018

“PER L’AVVOCATURA LIBERA IN O.C.F.” – NAPOLI, ELEZIONI DELLA DELEGAZIONE CONGRESSUALE, 11 E 12 LUGLIO 2018.

 

Il presente programma ha lo scopo di illustrare i contenuti, le idee e i valori che muoveranno i 17 candidati impegnati nel progetto “Per l’avvocatura libera in O.C.F.”

Vanno dunque in primo luogo illustrati i presupposti del progetto. L’avvocatura napoletana vive da qualche tempo un risveglio dell’attività politico forense, che ha visto in alcune iniziative, anche eclatanti, l’espressione di un disagio e di un’insoddisfazione verso la politica forense, tale da necessitare una risposta forte degli avvocati del Foro partenopeo. Partendo dal comune sentire in merito alla necessità di un impegno che assumesse caratteristiche innovative, abbiamo deciso di costruire una squadra che si basasse su tre caratteristiche ben visibili:

  1. Forte leadership femminile e giovanile;
  2. Matrice associativa ben visibile, a fare da collante ad espressioni diverse tra di loro;
  3. Totale indipendenza dal ruolo politico dei Consiglieri dell’Ordine.

Su queste basi abbiamo immaginato una lista di colleghi che contenesse un numero di donne addirittura superiore a quello degli uomini ed abbiamo realizzato questo obiettivo, presentando ben nove donne candidate, ovvero il maggior numero di colleghe, sia in assoluto che in percentuale, dell’intero Foro partenopeo. Abbiamo lavorato perché la presenza dei candidati di appartenenza di Nuova Avvocatura Democratica offrisse un ulteriore contributo alla definizione di un più ampio perimetro valoriale del progetto che tenesse insieme colleghi di diversa estrazione e cultura. Abbiamo rivendicato l’indipendenza del progetto rispetto al Consiglio dell’Ordine di Napoli.

A queste caratteristiche basilari abbiamo aggiunto una forte e visibile presenza di colleghi penalisti, cercando far confluire al meglio le loro istanze all’interno del Congresso Nazionale Forense, per ottenere una piena condivisione dei temi generali che riguardano l’avvocatura italiana anche da parte dei colleghi penalisti.

Formato il gruppo, abbiamo scelto se optare per un programma dettagliato, condito da mozioni congressuali, o per una serie di principi e valori da rimarcare. Abbiamo optato per la seconda scelta, in ragione della attuale natura del Congresso Nazionale Forense. Al Congresso infatti non sarà possibile, per una singola delegazione, o per parte di essa, presentare mozioni che trattino i temi voluti. La discussione sarà consentita solo sui temi previsti all’Ordine del giorno. Ciò ci ha indotto a ragionare di principi, di valori, tentando di sviluppare un’azione che si protrarrà nel tempo, interpretando in modo autentico il nostro stare insieme, non come una compagine “elettorale”, ma come un vero e duraturo progetto politico.

Dal confronto tra i candidati sono dunque scaturiti quattro punti programmatici unitari e condivisi, che saranno il centro della nostra campagna di informazione e confronto con i colleghi napoletani:

 

  1. Riappropriazione del Congresso Nazionale Forense da parte degli avvocati liberi.
  2. Totale indipendenza della politica forense dal sistema Ordinistico.
  3. Introduzione della crisi della professione tra i temi del dibattito congressuale.
  4. Analisi dell’arretramento dei diritti, sia per gli avvocati, che per i cittadini, all’interno del paese.

 

Tutti i quattro punti programmatici della nostra squadra riassumono questioni e temi che riguardano il futuro della professione forense e della giurisdizione. Di seguito e in concreto, rappresentiamo alcune soluzioni che appaiono indifferibili, per il miglioramento delle condizioni dell’avvocatura e della giustizia italiana, e che allo stesso tempo prendono posizione sui temi posti all’Ordine del Giorno dal comitato organizzatore del Congresso.

 

  1. Riappropriazione del Congresso Nazionale Forense da parte degli avvocati liberi.

Riteniamo che il Congresso Nazionale debba rispettare appieno l’art. 39 della L. n. 247/2012, che lo identifica come “la massima assise dell’avvocatura” ed assegna a tale assise il compito di formulare proposte che riguardino la professione forense e la giustizia. Ogni limitazione del ruolo di “parlamentare” del delegato congressuale, ogni vincolo di mandato, appare intollerabile e mina la funzionalità del Congresso. Allo stesso tempo è impensabile che temi molto sentiti dai colleghi, come quello della Previdenza Forense, pur potendo essere affrontati nella sede della Cassa Forense, non possano essere oggetto di dibattito e mozioni congressuali. Il Congresso dunque deve cambiare veste, divenire il vero Parlamento dell’avvocatura italiana, con elezione a suffragio capitario e diretto dei colleghi che si devono occupare di “legiferare” in materia di professione forense, affidando ad un “governo” della categoria l’esecuzione dei deliberati congressuali e l’elaborazione di nuove proposte, che ottengano la fiducia del Congresso permanente. Solo con il coraggio di cambiare, di superare l’attuale assetto della rappresentanza forense, bulimico, frammentario ed inefficace, la politica forense tornerà ad avere senso per i tantissimi avvocati che non si recano a votare per le elezioni congressuali. Per far si che ciò accada occorrono sistemi elettorali evoluti e seri, che consentano il confronto tra liste e programmi contrapposti, che assegnino alle donne un ruolo riconosciuto nelle istituzioni, che non penalizzino i colleghi giovani, in termini di elettorato passivo.

 

  1. Totale indipendenza della politica forense dal sistema Ordinistico.

Il sistema ordinistico ha fatto della commistione di ruoli e poteri l’elemento centrale di un trionfo su visioni dialetticamente contrapposte, all’interno della classe forense italiana. Allo stesso tempo, a questo trionfo del potere, tutto rivolto all’interno, ha fatto da contraltare l’assoluta irrilevanza del sistema, all’esterno. Sono davvero pochi gli avvocati che osano affermare che la nostra categoria abbia peso e voce nei confronti della politica italiana. Il grande equivoco della rappresentanza istituzionale, conferita alla componente ordinistica dell’avvocatura, che in realtà nasconde il più ampio esercizio di una arbitraria rappresentatività politica, sta condannano la professione forense ad un ruolo marginale nell’interlocuzione con il parlamento italiano. In aggiunta, la commistione di ruoli e l’accentramento di poteri, anche giudiziari e interni alla classe, in capo agli organi che rappresentano attualmente gli avvocati, pone un enorme problema nella gestione delle dinamiche democratiche che riguardano quelle componenti dell’avvocatura che intendano proporre la propria politica liberi dall’ombrello istituzionale.

Il nostro schieramento intende ridare dignità alla politica forense, quale espressione autonoma da un marchio istituzionale. Riteniamo che i Consigli dell’Ordine non possano essere allo stesso tempo rappresentanti di tutti e di parte, non possiamo concepire che il ruolo di attori “necessari” dello scenario congressuale, che pone i Consigli tra i dominus del Congresso, si concili con quello di parte politica, contrapposta ad altri colleghi, che di fatto assumono potenzialità e ruoli subordinati.

In particolare, nel rilevare che lo statuto che a Rimini, nel 2016, ha sostituito l’Organismo Unitario dell’Avvocatura (OUA), con l’Organismo Congressuale Forense (O.C.F.), è carente sotto molti punti di vista, non si può non sottolineare l’assoluta inadeguatezza delle norme che riguardano il finanziamento dell’Organismo. Appare assolutamente imprescindibile un meccanismo che consenta il prelievo delle somme necessarie al funzionamento della struttura Congresso – O.C.F. direttamente dagli iscritti, in modo da assicurare indipendenza della politica forense dal sistema istituzionale, impedendo qualsiasi ingerenza nelle decisioni assunte in sede politica e congressuale.

In sintesi è necessaria una profonda rivisitazione dell’assetto normativo attualmente in vigore, che ridisegni le funzioni degli organismi di rappresentanza forense, garantendo all’avvocato libero che voglia fare politica la possibilità di esprimersi, di contrastare anche l’istituzione forense, di non dover assumere per forza rango subalterno. Il rapporto tra la dignità e l’indipendenza dell’avvocato è il centro del nostro futuro politico. Non può esserci decoro dove manca la libertà. Non può esserci dignità senza indipendenza di pensiero.

 

 

  1. Introduzione della crisi della professione tra i temi del dibattito congressuale.

Nonostante tutti gli indicatori, i sondaggi, le rilevazioni di opinione, raccontino di un’avvocatura italiana in crisi, anche il XXXIV Congresso Nazionale Forense snobba questo tema, concentrandosi sul tentativo di rendere “Costituzionalmente affermato” il ruolo del Consiglio Nazionale Forense. Eppure la crisi è il centro delle discussioni politiche tra colleghi. Una crisi da intendersi in senso ampio, non solo economico, ma morale, istituzionale, valoriale. La costante picchiata dei redditi vissuta dagli avvocati più poveri, l’impietoso affanno certificato da un clima di sfiducia e di rabbia, sono indicatori molto più affidabili dei convegni, per capire come sta davvero la nostra categoria. Urgono provvedimenti, come i protocolli concordati con i magistrati, capaci di tutelare le fasce più deboli della categoria, ma urge pensare ad una riqualificazione totale della professione forense, che porti l’avvocato del nostro tempo nel futuro, consentendogli di reinventarsi, di uscire dal modello operativo, inefficace e svilente, legato alla grande crescita dell’avvocatura di massa.

Ampliamento delle fonti del reddito, difesa dell’avvocato in difficoltà, riaffermazione del ruolo sociale dell’avvocato anche mediante il riconoscimento di una sua doverosa tutela da parte dello Stato. Una tutela non assistenziale, ma essenziale, al superamento di condizioni temporanee di incertezza. Su tutti questi temi la nostra compagine ha chiare, idee e proposte. Vogliamo che l’avvocato del futuro faccia più cose e guadagni di più, senza necessariamente doversi asservire a modelli operativi dominati dalla robotica, con la conseguente disumanizzazione del diritto, o dal capitale, mediante il predominio di grosse aggregazioni e law firm che schiaccino la dimensione umanistica della professione. Evoluzione dunque, ma senza lasciare che essa sia dominata dal denaro e dalla tecnica. Una pretesa di restare “umani” che costituisca il nodo centrale del modo di affrontare la crisi della nostra professione.

 

  1. Analisi dell’arretramento dei diritti, sia per gli avvocati, che per i cittadini, all’interno del paese.

L’arretramento dell’avvocatura è stato uno degli elementi che ha consentito lo spaventoso arretramento della difesa dei diritti. La giurisdizione italiana, negli ultimi trent’anni, a dispetto di ogni storia raccontata dai governi di turno, non ha fatto che peggiorare, navigando costantemente nei bassifondi dell’efficienza. Un’edilizia giudiziaria fatiscente ed inadeguata ha reso improponibile la presunzione di sacralità del processo pubblico statale. Allo stesso tempo il sovraffollamento delle carceri, le degenerazioni vissute da parte della magistratura, l’aumento esponenziale dei costi per avere accesso alla giustizia, l’impossibilità di collegare l’effettiva soddisfazione degli interessi a quella dei diritti, hanno reso l’ordinamento italiano una sorta di porto di mare, più a misura di malfattore che di buon cittadino.

L’avvocato è stato a sua volta travolto da questo imbarbarimento del settore, privato sempre più delle proprie facoltà, reso schiavo di una concezione “diminuita” della professione forense. Anche gli avvocati hanno perso diritti, diventando troppo spesso numeri, da sfoltire o vivere con fastidio. I tentativi di “deflazionare” la giustizia, imponendo fantomatici tentativi di pacificazione come preliminari ed obbligatori, senza investire in un processo di puro di diritto efficace e funzionale, hanno totalmente fallito. Il processo, lungi dall’ottenere quella concentrazione e chiarezza nella procedura, propria ad esempio nel rito del lavoro, resta una babele che non aiuta alla concreta definizione dei conflitti. L’effetto dello svilimento della giurisdizione e della professione, unita alla sua squalificazione culturale, ha portato ad un drammatico calo di consensi della figura e del prestigio dell’avvocato, all’interno della società italiana. L’avvocato non è più un professionista colto e moralmente qualificato, ma è visto come un mestierante, un sopravvivente. Un ruolo ed un’immagine incompatibile con l’alta funzione di giustizia affidataci dalla legge e dalla nostra formazione.

Occorre riqualificare tutto il settore, investendo sulla qualità, tornando a pretendere efficienza e premiando il merito, introducendo nell’ordinamento istituti quali i “punitive damages”, in modo da consentire all’avvocato del cittadino di difenderlo adeguatamente dai grossi potentati economici e politici.

 

Considerazioni finali.

 

Il programma illustrato è un progetto politico di ampia portata, che non può esaurirsi nel corso di una sola stagione, peraltro ristretta, quale può considerarsi la tre giorni congressuale. Attenzione alla qualità, all’innovazione, alla tenuta complessiva della classe, all’indipendenza ed alla libertà totale dell’avvocato, sono il cuore della nostra azione, attuale e futura. L’unione di professionalità e culture diverse dovrà consentirci di arricchire la nostra attività comune, mediante una costante sintesi delle nostre diverse sensibilità, da mettere sempre al servizio della classe forense e mai delle mire politiche di uno o di qualcuno.

Napoli, 27 giugno 2018

Per l’avvocatura libera in O.C.F.

 

 

 

 

 

 

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