O NASCE L’AVVOCATURA O MUOIONO GLI AVVOCATI

6 Gennaio, 2017 | Autore : |

E’ difficile districarsi nella bulimia delle analisi che riguardano la professione forense in Italia, scegliendo di toccare i temi e gli aspetti in grado di generare reazioni produttive. La stessa funzione riepilogativa delle parole, che troppo spesso sono distanti dal vissuto comune degli avvocati, finisce con l’apparire più il destino triste di chi fa della politica forense un gioco di ruolo, che una vera azione in grado di portare ad avanzamenti utili per gli avvocati italiani.

 

AVVOCATI E AVVOCATURA

Può apparire banale, o drammatico, che dir si voglia, eppure, in questa mia ennesima ricapitolazione delle vicende surreali che ci hanno condotto al coma, non posso che partire dal principio, ovvero dalla leggerezza con cui, coloro che sono i rappresentanti dell’avvocatura, negano pacificamente che in Italia esista l’avvocatura. Pochissimi avvocati comprendono davvero e a fondo cosa voglia dire tutto questo, eppure basterebbe analizzare il significato delle parole, intese nel loro senso letterale, per rendersi conto di un dramma politico e culturale, che accompagna quello economico ed intellettuale degli avvocati.

L’Italia vive infatti una rappresentanza degli avvocati che assume di essere rappresentanza dell’avvocatura, ma che nega allo stesso tempo di esserlo, riferendosi all’impossibilità di riconduzione ad unità di una categoria che pertanto, non è tale. Si giunge così a materializzare ciò che potrebbe apparire, a prima vista, un semplice esercizio di stile, ma che invece spiega con immediatezza il perché della nostra incapacità di affrontare i problemi e la crisi della professione. Gli avvocati italiani non sono professione, ma professionisti, non hanno un leader politico, ma un padrone, designato in seno ad un consesso concepito con modalità feudali. Gli avvocati italiani non sanno e non si interessano di quello che fa quel padrone, perché non si riconoscono, almeno per l’80% degli appartenenti all’Ordine, nelle istituzioni a cui sono assoggettati.

 

RIMINI: FALLIMENTO ANNUNCIATO, CON OCF, APPENA NATO E GIA’ FINITO

Lo scontro tra fazioni all’interno dell’Organismo Congressuale Forense cela ragioni molto più profonde di quelle palesate dagli stracci che Sergio Paparo ed Antonio Rosa hanno deciso di far volare in pubblico. Molto di ciò che non si può dire riguarda il ruolo di quegli avvocati che, all’interno del sistema ordinistico forense, necessitano di consolidare posizioni di potere, prima che le scadenze alle proroghe ed i limiti ai loro mandati ne impongano la fine della carriera. Una delle costanti che caratterizza la politica forense italiana riguarda l’assoluta irrilevanza ed improduttività di quegli avvocati che non occupano ruoli all’interno del sistema. Ciò è tanto più vero per gli esponenti dei Consigli dell’Ordine. Essi basano il proprio potere sulle logiche di scambio connaturate con l’esercizio delle proprie funzioni. Venute meno quelle, cessa tutta la loro base di consenso. Il posizionamento interno ad OCF serve dunque a difendere le prerogative di coloro che temono nuove norme che finalmente impongano un rinnovamento dei gruppi dirigenti dell’avvocatura.

 

IL RUOLO DI ORLANDO

Il patto corruttivo siglato tra il sistema istituzionalizzato forense ed il Ministro Andrea Orlando è legato alle sorti di quest’ultimo, come Ministro della Giustizia. Orlando ha concordato con le istituzioni forensi lo stato di proroga dei Consigli dell’Ordine, per impedire che si affrontasse il tema del rinnovamento interno all’avvocatura. In cambio ha ricevuto complicità e sostegno politico dal Consiglio Nazionale Forense, oltre ad una serie di benefits legati alla lotta da lui intrapresa contro la magistratura militante. L’operazione “Il Dubbio”, assolutamente inutile per l’avvocatura e totalmente estranea all’avvocatura, è stata regalata dal Presidente del Consiglio Nazionale Forense ad Andrea Orlando principalmente per favorire questo aspetto. Ovviamente la corrispondenza di amorosi sensi tra le due istituzioni ha fatto venir meno le prerogative di legge di ognuna delle due, con il risultato che il Ministro della Giustizia ha taciuto sugli stipendi che il Consiglio Nazionale Forense si è regalato e continua a non disturbare quegli anziani Consiglieri e Presidenti di Ordini che hanno bisogno di restare al loro posto per continuare ad esercitare il proprio potere.

Nel caso la legislatura si dovesse interrompere prima della sua naturale scadenza, non è scontato che un diverso Ministro accetti questo tipo di rapporto con il Consiglio Nazionale Forense, scambiandosi mutuo sostegno politico. In ogni caso, nel 2018 questo Ministro probabilmente lascerà l’incarico, imponendo al Consiglio Nazionale Forense di rinegoziare la sua alleanza politica con il nuovo inquilino di Via Arenula. L’andamento di questa vicenda giocherà un ruolo decisivo per gli sviluppi politici che l’avvocatura vivrà nei prossimi due o tre anni.

 

IL CONGRESSO STRAORDINARIO

Le fazioni, la crisi, l’incapacità delle istituzioni forensi di coinvolgere e rappresentare gli avvocati, sono talmente radicate, che solo un Congresso staordinario degli avvocati italiani, di carattere fondativo, potrebbe sbloccare la situazione e consentire la sopravvivenza del sistema ordinistico. La natura di un nuovo assetto capace di salvare l’Ordine Forense è stata chiaramente indicata da Nuova Avvocatura Democratica: l’avvocatura si doti di una rappresentanza politica democratica, rinnovata, modellata sullo schema Parlamento – Governo, ed affidi a tale rappresentanza la difesa delle sue prerogative di categoria. Lo Stato, se necessario attraverso avvocati che siano totalmente estranei alla politica forense ed alle tutele di categoria, imponga e regoli gli oneri a cui l’avvocatura deve sottostare. Questo è l’unico futuro possibile per il sistema ordinistico. Diversamente, l’Ordine verrà presto soppresso.

 

 

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